Note & Interventi

Decreto dignità e diplomati magistrali, la via maestra è quella legislativa

 

Le nuove forze di governo sappiano riappropriarsi della funzione di indirizzo politico che loro compete, il Parlamento ritrovi la propria competenza legislativa, l’intervento della magistratura cessi di essere la regola e diventi eccezione e si ristabilisca l’equilibrio democratico tra le istituzioni.


Con l’approvazione di un emendamento all’art.4 del “decreto dignità” (decreto-legge n. 87 del 2018) sono stati introdotti i commi da 1 bis ad undecies con cui si è cercato di dare una compiuta regolamentazione alla delicata questione dei diplomati magistrali, i quali, dopo la nota sentenza del mese di dicembre 2017 del Consiglio di Stato, avevano visto naufragare le aspettative di assunzione in ruolo.  A fronte di un paventato licenziamento di massa, si era invocata da più parti una soluzione politica che il precedente governo non era stato in grado di offrire preferendo lasciare ogni decisione ai suoi successori.

La soluzione attualmente proposta è, in sintesi, la seguente:

Posto che il co 1 dell’art. 4 prevede la proroga dell’esecuzione della sentenza del CdS di 120 giorni al fine di salvaguardare la continuità didattica e permettere il corretto avvio dell’anno scolastico, il co 1 bis specifica quale sarà la sorte dei docenti in servizio sia di ruolo con riserva sia a tempo determinato, e precisamente:  coloro i quali  avevano stipulato un contratto di assunzione  a tempo indeterminato (gli assunti in ruolo con riserva) vedranno trasformarsi il rapporto a tempo determinato e cesseranno dal servizio il 30/06/2019;  la medesima scadenza avranno i  contratti a tempo determinato. Nelle more, il Miur (art 4 co 1 ter, quater) procederà a nuove assunzioni che avverranno per 50% da Gae fino al loro esaurimento, mentre per il restante 50% assumerà in base a procedure concorsuali (co 1 quater) svolte e da svolgere secondo il seguente ordine preferenziale:

a) Concorso 2016 fino al termine di validità delle relative graduatorie;

b) Concorso straordinario bandito in ciascuna regione. Tale procedura concorsuale (co 1- quinquies) sarà riservata ai diplomati magistrali entro l’anno scolastico 2001/2002 ed ai laureati in Scienze della formazione primaria, entrambi con almeno due annualità di servizio negli ultimi otto anni, svolto sia su posto comune che di sostegno. Entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto dignità, il Miur emanerà la disciplina di dettaglio circa i modi e termini di svolgimento della procedura concorsuale in questione;

c) Concorsi ordinari, per titoli ed esami, che verranno banditi con cadenza biennale cui sarà destinato il 50% dei posti rimasti vacanti dopo le procedure di cui ai punti precedenti.

Questi i punti essenziali della nuova disciplina.

In definitiva, i diplomati magistrali, soccombenti nella vertenza decisa dal Consiglio di Stato, avranno un’alternativa al licenziamento, in primo luogo, la possibilità di prestare servizio per l’intero anno scolastico 2018/2019, e soprattutto la opportunità di una sanatoria della loro posizione mediante partecipazione al concorso straordinario. Una soluzione conciliativa con la quale si è cercato di contemperare le opposte esigenze delle molteplici parti coinvolte nella questione, ma che inevitabilmente aprirà nuove dispute. Infatti, è di tutta evidenza la insufficienza della quota (solo il 50%) destinata alle assunzioni da concorso riservato, troppo esigua rispetto al numero dei diplomati magistrali che ambiscono al ruolo! Ciò comporterà che nel giro di un anno o poco più si ripresenterà il problema di collocare gli esclusi.

In secondo luogo, non mettendo fine alla politica dei tagli di spesa che ha fortemente danneggiato la scuola meridionale, si riprodurrà anche in tal caso il solito divario Nord /Sud, poiché la maggioranza dei posti disponibili sarà al Nord, mentre i docenti aspiranti al ruolo sono prevalentemente meridionali. C’è da scommettere che nessuno di essi accetterà di buon grado un trasferimento al Nord, soprattutto dopo aver prestato servizio, pur da precario, per anni, nella propria provincia o regione di appartenenza, tanto più che le prospettive di rientro sarebbero anche scarse, attese le dichiarazioni del Ministro Bussetti di voler fortemente radicare i docenti sul territorio impedendone la mobilità.  Vi sono poi da mettere in conto gli interessi contrastanti e spesso inconciliabili delle varie categorie di docenti interessati al provvedimento. Questi, opportunamente incalzati dalle solite sigle sindacali interessate ai ricorsi seriali, alimenteranno un contenzioso giudiziario che, purtroppo, la magistratura ha dato ormai prova di non riuscire a gestire.

È facilmente riscontrabile, sol che si considerino le pronunce giurisprudenziali degli ultimi anni, come nessuna questione di diritto scolastico sottoposta al vaglio giurisdizionale, sia stata risolta dai magistrati, di ogni ordine e grado, con uniformità di giudizio ed orientamento costante tali da poter offrire al legislatore un valido supporto giuridico cui far riferimento nel difficile compito di disciplinare in maniera organica e razionale la materia. La soluzione giudiziaria, in definitiva, ha prodotto meri effetti destabilizzanti, amplificati finora dall’assenza di una programmazione sistemica sulla scuola. D’altra parte ciò che è compito della politica non può e non deve essere demandato alla magistratura. L’auspicio è che le nuove forze di governo sappiano riappropriarsi della funzione di indirizzo politico che loro compete, che il Parlamento ritrovi la propria competenza legislativa, che l’intervento della magistratura cessi di essere la regola e diventi eccezione e che si ristabilisca l’equilibrio democratico tra le istituzioni.

 

Avv. Rosamaria Ventura, Responsabile Settore Legale dell’AND

 

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