
di Lucia Sparagna*.

Nel territorio che amo definire il “Luogo del Bene”, ovvero la scuola intesa come spazio di crescita autentica e rispetto profondo, ogni singolo gesto pedagogico porta con sé una responsabilità e un peso che non possono essere ignorati. Eppure, nonostante il passare dei decenni e l’evoluzione delle scienze dell’educazione, nelle nostre sezioni dell’infanzia continua a consumarsi un rito silenzioso quanto dannoso che risponde al nome di scheda di campitura. Come insegnante che vanta oltre ventidue anni di ruolo e come counselor formata alla rigorosa scuola di Domenico Nigro, sento oggi il dovere etico e professionale di denunciare una pratica che non trova alcun reale asilo in nessun grande pilastro della pedagogia mondiale. È una consuetudine che purtroppo abbonda ancora nei cassetti di troppe colleghe e che viene alimentata dalle richieste pressanti di genitori ansiosi, ignari dei danni che questo addestramento precoce può comportare.
Per comprendere la gravità della situazione è necessario indagare le radici storiche di queste schede, rintracciabili nell’incontro infelice tra la psicomotricità francese e la psicocinetica degli anni sessanta e settanta con l’editoria scolastica italiana del dopoguerra. Autori come Jean Le Boulch e André Lapierre avevano inizialmente enfatizzato concetti nobili come la coordinazione oculo-manuale e il controllo del tono muscolare, ma l’ingresso massiccio nelle scuole è avvenuto per una via puramente commerciale. Negli anni settanta, case editrici come La Scuola o Giunti hanno iniziato a produrre i primi manuali per la scuola materna, prendendo i concetti scientifici di Le Boulch sulla motricità fine e semplificandoli in esercizi riproducibili in massa su carta.
La campitura è stata così elevata a test improprio per misurare se un bambino fosse “pronto” per la scuola primaria, diventando una sorta di legge non scritta attraverso i programmi ministeriali. Se negli Orientamenti del 1969 si parlava ancora di educazione all’immagine come libera espressione, è con quelli del 1991 che avviene il vero danno pedagogico, introducendo l’idea del pregrafismo come prerequisito fondamentale e spingendo le maestre, sotto la pressione delle famiglie, ad adottare la campitura come prova di disciplina e precisione. In questo modo ci si è tragicamente distaccati dalla visione di maestri come Bruno Munari, che considerava il colore come esplorazione vitale di texture e non come il triste riempimento di spazi obbligati.
Chi segue il mio percorso professionale sa che sono specializzata in glottodidattica infantile e che faccio attualmente parte della rete di eccellenza delle “maestre magiche” ideata da Traute Taeschner. Per oltre venticinque anni ho ascoltato le spiegazioni della professoressa sulla formazione del linguaggio e sullo sviluppo del cervello bilingue, comprendendo quanto la cultura e la relazione siano i veri motori dell’apprendimento. Le ricerche fondamentali di Emilia Ferreiro e Ana Teberosky, seguite dagli studi di Bice Rossi, ci hanno insegnato che il bambino possiede una conoscenza della scrittura molto prima di saper impugnare correttamente una matita, poiché comprende precocemente che il segno è un codice carico di significato. Quando imponiamo una scheda, interrompiamo brutalmente questo processo naturale di scoperta per sostituirlo con un addestramento meccanico degno di una catena di montaggio. Abbiamo dimenticato la lezione di Giuseppina Pizzigoni sulla vita all’aperto, delle sorelle Agazzi sull’uso degli oggetti veri e di Maria Montessori sui materiali sensoriali, preferendo la staticità della fotocopia che rappresenta, di fatto, la morte della creatività infantile.
Esiste un’immagine scientifica potente che ogni genitore dovrebbe osservare prima di pretendere che il proprio figlio colori perfettamente dentro i bordi: la radiografia della mano di un bambino di circa cinque anni confrontata con quella di un settenne. La scienza ci mostra con estrema chiarezza che le ossa del carpo non sono ancora completamente ossificate prima dei sei o sette anni; la mano del bambino piccolo è una struttura “aperta”, composta in gran parte da cartilagine e spazi che devono ancora trovare la loro stabilità definitiva. Chiedere a una mano fisiologicamente immatura di eseguire la precisione millimetrica richiesta dalla campitura non è un sano esercizio, ma una vera e propria violenza biomeccanica. È l’equivalente di forzare un bocciolo a diventare fiore utilizzando delle pinze per allargare i petali, col rischio concreto di spezzarne il ritmo naturale e uccidere per sempre il piacere del movimento espressivo.
Mi sono chiesta per anni dove le colleghe avessero scovato queste schede, dato che non le ho mai trovate in nessuna delle mie ricerche scientifiche né in alcun libro di pedagogia degno di nota; eppure, le guide didattiche le hanno proposte per decenni come se fossero strumenti indispensabili. Per i grandi pedagogisti, il disegno era espressione profonda dell’Io o osservazione attenta della natura, come insegnato da Steiner o dalla stessa Pizzigoni. Quest’ultima, insieme alle Agazzi, puntava sul “fare” reale, sul giardinaggio e sulle attività di vita pratica, dove colorare un orsetto prestampato non possedeva alcun valore per la “Scuola Rinnovata”. Anche l’estetica di Kant e Schiller ci ricorda che l’arte deve essere un gioco libero, mentre la campitura forzata si configura come l’esatto opposto: un compito rigido e privo di anima. Montessori stessa parlava di educazione indiretta attraverso gli incastri metallici che preparavano la mano al segno in modo attivo, mai attraverso un riempimento passivo del foglio.
Da quasi dieci anni la mia postura di insegnante si è evoluta verso una ricerca costante di significatività, avvicinandomi al coaching, alla mediazione e ora alla psicologia del lavoro e delle organizzazioni. Questa maturità professionale mi impedisce oggi il silenzio educativo e mi obbliga a una forma di ribellione pedagogica necessaria per il rispetto di tutti i bambini e le bambine. La campitura non è pedagogia, è una mera tecnica didattica di derivazione manualistica entrata a scuola solo perché facile da somministrare e correggere, rassicurando i genitori con l’illusione che il bambino stia imparando a scrivere.
Secondo la visione di Traute Taeschner, che mi ha guidato nei miei perfezionamenti accademici dal 2003 e del 2026, il linguaggio è un atto comunicativo affettivo e non un freddo esercizio grafico. Il “Format Narrativo” insegna che l’apprendimento autentico avviene attraverso l’interazione teatrale, il mimo e il gioco condiviso, mentre la scheda è uno strumento “morto” perché isola il bambino, escludendo l’emozione e il fondamentale contatto oculare. Sottoporre i piccoli a queste fotocopie significa negare la natura comunicativa dell’essere umano e anestetizzare la loro capacità narrativa naturale.
Per insegnare davvero bisogna saper semplificare senza mai banalizzare, ma la campitura banalizza il gesto grafico e spegne la creatività. Le stesse Indicazioni Nazionali del 2012 e del 2018 mantengono un silenzio assordante su queste schede, che non vengono mai menzionate poiché considerate esercizi sterili e inutili rispetto a concetti ben più alti come esplorazione, divergenza ed espressione. Il nostro “vangelo” laico ministeriale specifica che il bambino deve sperimentare diverse tecniche espressive e potenzialità del colore; la campitura, essendo un compito esecutivo e convergente, è l’esatto opposto dell’esplorazione, poiché comunica al bambino che il suo pensiero non conta e che deve solo obbedire a un limite tracciato da un altro. Le Linee Pedagogiche “Zerosei” del 2021 hanno dato il colpo di grazia a questo modo di lavorare, mettendo in guardia contro la scolarizzazione precoce e definendo tali strumenti come addestramento anziché educazione, invitando invece a promuovere contesti di apprendimento realmente significativi.
Dobbiamo gridare con forza che la campitura non prepara alla scrittura. La motricità fine e la coordinazione si sviluppano molto meglio attraverso attività di vita quotidiana come impastare il pane, utilizzare pinzette di precisione, infilare perline, dipingere su grandi superfici verticali o persino svestendo e vestendo le bambole. Sono queste le attività normalissime che allenano la mano in modo fluido. Al contrario, la scheda di campitura blocca il polso e irrigidisce l’arto superiore. Da insegnante di ruolo con ventidue anni di esperienza sul campo, posso affermare con fermezza che la scrittura deve essere un gesto fluido, mentre la campitura è un gesto contratto; stiamo purtroppo insegnando ai bambini a odiare la penna prima ancora che abbiano la possibilità di usarla per esprimere sé stessi.
Questo articolo mi è stato dettato dall’anima, ogni giorno, mi faccio mille domande sul ruolo di noi insegnanti, sull’importanza del mio ordine di scuola, sul perché non viene capito. Spesso, mi imbatto in colleghe stanche, che sono ancora devote poiché prossime alla pensione alla scheda di campitura che dimostrerebbe quanto lavorano bene.
C’è un tempo per tutto, il tempo della scheda di campitura è morto da almeno trent’anni, nessuno se n’è accorto. Diamo alla scuola dell’infanzia il suo valore, rendiamola obbligatoria dai quattro anni, facciamo convegni per far capire che i disturbi dell’apprendimento sono visibili già a questa età e che il comportamento può e deve essere migliorato specie a questa età, non sono piccoli, stanno esplorando, stanno imparando, si stanno formando e dobbiamo solo aiutarli a esprimersi al meglio.
*Lucia Pina Sparagna – Insegnante di scuola dell’infanzia I.C. Lucilio – Coach, mediatrice, counselor



