
di Paolo Luciani*.
C’era una volta la scuola come tempio dell’educazione, del rispetto e della crescita. Oggi, a giudicare dalle ultime vicende e, soprattutto, dalle reazioni istituzionali, la scuola somiglia più a un ring dove il problema non è il pugno in faccia, ma quanto profondamente quel pugno abbia scalfito l’epidermide.
I fatti ci raccontano dell’ennesima aggressione ai danni di alcuni docenti. Un copione purtroppo già visto. La vera novità, il vero colpo di genio, si fa per dire, arriva però dalle dichiarazioni del Provveditore agli studi di Parma. Le sue parole, pronunciate probabilmente con l’intento di gettare acqua sul fuoco, sono riuscite nell’impresa di gettare benzina sul falò, configurandosi come una vera e propria aggravante. Almeno da un punto di vista educativo.
Il Provveditore, applicando la “matematica della sberla”, evocando una sorta di violenza “low cost”, ha rassicurato il pubblico con una frase che merita di essere scolpita nel marmo dell’anti-pedagogia: «Non ci sono ferite gravi».
Respiriamo un sospiro di sollievo, quindi. Se il professore torna a casa con gli occhiali interi e la mascella in asse, l’aggressione è quasi un’opinione, un bisticcio vivace, una nota di colore nel registro di classe. Viene da chiedersi quale sia, nella scala valoriale delle istituzioni, la soglia minima per definire “grave” un atto violento. Dobbiamo aspettare la prognosi riservata? La rianimazione? Il trauma cranico con perdita di memoria?
Stabilire che una violenza è accettabile (o derubricabile a “fatto minore”) finché non si versa abbastanza sangue non è solo un errore comunicativo; è una legittimazione pericolosissima. È come dire ai ragazzi: «Ehi, potete anche alzare le mani, l’importante è dosare la forza. Regolate il misuratore di potenza come nei videogiochi della sala giochi». Un incentivo formidabile all’uso della violenza, sia essa verbale o fisica, che sdogana l’idea di un limite flessibile entro il quale tutto è concesso.
Il nuovo algoritmo educativo: Insulto + Spintone – Sangue = Ragazzata. Se non c’è il referto del pronto soccorso, l’autorità del docente non è stata calpestata, è stata solo leggermente sgualcita.
Ma non bastava il provveditore, a lui si affianca il “buonismo terapeutico” dei docenti (ovvero: porgi l’altra guancia)
In questo festival del paradosso, i docenti aggrediti non vogliono essere da meno e decidono di fare la loro parte. Come? Scegliendo la via del silenzio, del perdono ecumenico, della mancata denuncia. Un buonismo d’accatto che, sotto il nobile schermo del “comprendere il disagio dei ragazzi”, finisce per fare il paio con le parole del Provveditore.
Sia chiaro: nessuno invoca la gogna pubblica, l’esilio o l’ergastolo per dei minorenni che hanno chiaramente smarrito la bussola. Ma la pedagogia dell’abbraccio a tutti i costi ha fallito. Se un ragazzo aggredisce un insegnante e l’unica conseguenza è una strigliata d’orecchi e un caloroso invito a “non farlo più”, quel ragazzo non avrà imparato il valore del perdono; avrà imparato il valore dell’impunità.
Una denuncia non è un atto di vendetta, è il primo passo di un percorso educativo serio. Nessuno voleva vederli dietro le sbarre, ci mancherebbe. Ma un bel periodo di messa alla prova? Qualche mese speso a pulire i pavimenti di una struttura di assistenza, ad aiutare chi soffre davvero, a capire cosa significhi il rispetto per gli altri attraverso il lavoro e la fatica? Ecco, quello forse avrebbe fatto male all’orgoglio del bullo di turno, ma avrebbe fatto un gran bene alla sua crescita.
Invece no. Tra provveditori che misurano la gravità col righello e docenti che praticano il pacifismo a oltranza, il messaggio che passa è chiaro: la scuola è aperta a tutti. Anche a chi vuole usarla come sfogatoio. L’importante, mi raccomando, è non lasciare lividi troppo vistosi. È una questione di decoro.
*Pianista, docente MIM




