
Le cronache di questi giorni, dalla guerriglia urbana scoppiata nelle piazze alle folli aggressioni notturne commesse per «noia» a bordo di una minicar, ci consegnano il quadro di una profonda frattura sociale.
Di fronte a episodi che vedono protagonisti giovanissimi e minorenni, incapaci di cogliere il valore della vita altrui e il peso delle proprie azioni, chi vive la scuola non può fermarsi a un moralistico lamento generazionale né reclamare mere risposte repressive. Deve tentare di distogliere lo sguardo dal singolo atto deviante per volgerlo alla radice sistemica del problema e di interpretare il disagio giovanile come il termometro di una patologia sociale più ampia: un grumo di solitudine, rabbia muta e smarrimento esistenziale che la comunità adulta ha troppo spesso banalizzato o trascurato.
Da un punto di vista sociologico, la devianza giovanile contemporanea non nasce nel vuoto: è lo specchio fedele delle contraddizioni della società in cui viviamo. Attraversiamo un tempo segnato dall’iper-performance, dalla precarizzazione del lavoro e da un’incertezza strutturale rispetto al domani.
Quando i contesti di vita, le periferie urbane come i quartieri borghesi, mettono a disposizione scarsi spazi di aggregazione culturale e sociale, i giovani provano un senso di esclusione e invisibilità. Nelle piazze sfilacciate la protesta smarrisce la sua grammatica politica e si risolve in estetica della rivolta, in vandalismo fine a se stesso, dove devastare il bene comune diventa l’unico modo per dire «io esisto». Nelle forme estreme di violenza «gratuita» il nichilismo è ancora più radicale: il mondo esterno appare come uno sfondo inerme, un videogioco in cui la vita degli altri si spoglia di ogni spessore umano e relazionale.
La noia, in questo scenario, non è la noia malinconica e riflessiva della giovinezza classica, ma una pressione asfissiante e anestetizzata, un vuoto temporale che i ragazzi tentano di riempire con l’onnipotenza del danno e con la ricerca di un’adrenalina estrema, capace di scuoterli dal torpore della loro insignificanza percepita.
Sul piano pedagogico, ciò ci rivela una verità scomoda: stiamo formando una generazione immersa in una fitta rete di connessioni digitali ma drammaticamente sola sul piano reale. I nostri studenti dialogano incessantemente attraverso gli schermi, ma stentano a padroneggiare il lessico delle emozioni.
Scarseggiano i luoghi e i mediatori capaci di insegnare a dare un nome alla frustrazione, alla rabbia, all’ansia e alla fatica di crescere. Quando un adolescente si trascina dietro un carico emotivo non elaborato e non trova adulti capaci di contenerlo, quel disagio implode o esplode in forme di aggressività cieca. La violenza si trasforma così in un tragico surrogato d’identità, un grido disperato che chiede al branco, reale o virtuale, l’approvazione e la protezione che non trova altrove.
Non possiamo indagare il disagio giovanile senza interrogare il mondo degli adulti, che spesso oscilla tra due polarità fallimentari: da un lato la delega educativa totale, dall’altro un’indulgenza acritica che sminuisce i segnali d’allarme e archivia comportamenti devianti o violenti come «semplici ragazzate».
Trasmettere il senso del limite, della responsabilità civile e del rispetto dell’altro non è un atto di autoritarismo repressivo, ma il più alto gesto d’amore pedagogico ed etico. Quando gli adulti si sottraggono al loro ruolo di guida autorevole, tollerando l’impunità o disinteressandosi del mondo interiore dei ragazzi, li abbandonano alla loro stessa onnipotenza distruttiva.
Di fronte a questo scenario, qual è il ruolo del docente? I ragazzi che danno fuoco alle piazze o che compaiono nelle pagine di cronaca nera per noia potrebbero essere gli stessi che la mattina occupano i nostri banchi.
La scuola ha il dovere costituzionale ed etico di porsi come presidio di umanità e di democrazia: di essere una presenza significativa, capace di ascoltare, sostenere, incoraggiare e fornire gli aiuti necessari affinché ciascuno possa compiere un passo oltre ciò che sa fare da solo, e di saper dire a tutti e a ciascuno: «Ti vedo. Tu puoi. E io resto con te per il tempo necessario».
Ecco allora la necessità di educare all’empatia e alla relazione, riportando al centro della didattica la cura del legame sociale e insegnando a comprendere che la vita altrui non è un pixel usa e getta sullo sfondo di un feed social. Ed ecco l’urgenza di dare parole al disagio: mettere a disposizione degli studenti gli strumenti critici, linguistici e culturali per decifrare il proprio tempo, convertendo la rabbia in riflessione, il conflitto in confronto e il disagio in cittadinanza attiva.
Tutto questo esige strumenti concreti. Servono spazi d’ascolto stabili e non iniziative episodiche; percorsi di educazione emotiva e alla cittadinanza integrati nella didattica quotidiana, e non relegati a una giornata commemorativa; pratiche di mediazione e di peer education che insegnino ai ragazzi a gestire il conflitto tra pari; patti educativi di comunità con enti locali, associazioni, servizi sociali e realtà sportive e culturali, per ricostruire i luoghi di aggregazione che periferie e quartieri hanno smarrito. Serve, non lasciare soli i docenti a fare da argine.
Il disagio giovanile che affiora con tanta violenza non è un incidente di percorso, ma una ferita aperta che chiama in causa l’intera società. Se la scuola e le istituzioni rinunciano a comprendere e a curare questo presente, la barbarie continuerà a logorare il tessuto civile del Paese. Educare, oggi più che mai, significa avere il coraggio di esserci e di riportare i giovani al centro di un patto di futuro.
Articolo a cura della prof.ssa Francesca Bove



