
di Paolo Luciani*.

L’idea per questa riflessione è nata pochi giorni fa, in un’aula scolastica, mentre ascoltavo l’esame di Stato di terza media di Clara. Al centro del colloquio c’era la valutazione e il sistema della votazione numerica: un modello che, come ha sottolineato Clara, rischia di stimolare una competizione tossica e di far sentire lo studente giudicato come persona, anziché valorizzato nel suo percorso.
E così, tra mappe concettuali dei candidati e collegamenti tra le materie dei docenti, è emerso con più forza il grande interrogativo che accompagna la fine di ogni ciclo di studi: il futuro dei ragazzi.
Guardando quegli occhi pieni di aspettative e ascoltando i loro percorsi, mi sono reso conto di quanto la scuola, a volte, rischi di smarrire la bussola sulle domande che contano davvero.
Quando chiediamo a un bambino o a un ragazzo «Cosa vuoi fare da grande?», la risposta è quasi sempre un sostantivo che definisce una professione, uno status, un ruolo sociale. L’ingegnere, il medico, l’insegnante, l’astronauta. Misuriamo il futuro con il metro del fare e del produrre, incanalando le aspettative dentro i binari rassicuranti di una carriera.
Ma c’è una domanda ancora più profonda che sembra essere rimasta fuori da qualsiasi programma scolastico o conversazione sul futuro. Una domanda che non chiede cosa vogliamo fare, ma chi vogliamo essere.
Quasi nessuno, davanti a quel bivio, risponde semplicemente: «Da grande voglio essere felice».
La felicità, nel discorso pubblico e spesso anche in quello educativo, è scivolata verso una dimensione puramente privata, quasi egoistica. Viene venduta come il risultato di una performance: raggiungi l’obiettivo, ottieni il lavoro dei sogni, realizza te stesso. È l’idea di una felicità che non è altro che un traguardo in solitaria, una linea d’arrivo individuale dove si giunge spesso stanchi e competitivi.
Ma l’equivoco più grande sta nel non accorgersi che questa presunta felicità, slegata dagli altri, è fragile e provvisoria. Nel considerare la realizzazione come un percorso a senso unico, ci dimentichiamo di una verità fondamentale, che l’essere umano è un “animale sociale”.
Se volgiamo lo sguardo a ritroso nel tempo, fino a giungere a duemila anni fa, scopriamo un’immutabile verità: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere».
Se già è raro sentire un giovane rivendicare il diritto alla felicità come obiettivo primario, c’è una risposta che non compare mai, un tabù invisibile che nessuno ha il coraggio di pronunciare:
«Da grande vorrei rendere felice chi mi sta intorno».
Suona strano, quasi anacronistico in una società che spinge forte sull’acceleratore dell’individualismo. Eppure, a ben vedere, questa potrebbe essere l’unica vera felicità sostenibile. Non si tratta di sterile altruismo o di rinuncia a se stessi, ma della consapevolezza profonda che il benessere personale è strettamente interconnesso a quello della comunità in cui viviamo. L’atto di generare gioia, ma anche sollievo o bellezza per gli altri, è l’unico specchio capace di restituirci una felicità autentica.
E quindi di cosa dovrebbero parlare i docenti nelle classi?
Se questo è l’obiettivo, la scuola non può limitarsi a essere un “esaminatore” di competenze tecniche o storiche. I docenti, quotidianamente, dovrebbero aprire le porte a un tipo di dialogo diverso, portando in classe temi che spesso vengono considerati “fuori programma” ma che sono l’essenza stessa della crescita.
Il valore del fallimento e la svalutazione dell’eccellenza a tutti i costi: Gli insegnanti dovrebbero smontare il mito della performance perfetta. Parlare di fragilità, di errori come tappe necessarie e non come condanne, aiuta a liberare gli studenti dall’ansia del futuro. L’empatia e la responsabilità verso l’altro: Invece di stimolare la competizione per il voto più alto, il dibattito in classe dovrebbe vertere su domande cruciali: In che modo il mio talento può rendersi utile al compagno di banco? Come posso usare ciò che sto imparando per migliorare la comunità in cui vivo?
La felicità come scelta relazionale: I docenti dovrebbero stimolare riflessioni guidate sul fatto che la cura delle relazioni (l’ascolto, la gentilezza, la solidarietà) non è un contorno della vita, ma la struttura portante di qualsiasi successo lavorativo e personale. Una lezione di letteratura, di scienze o di storia può sempre diventare l’occasione per chiedersi: Quale impatto hanno avuto le azioni di questi uomini sulla felicità altrui?
Quella che si pone di fronte alla scuola non è una sfida inedita, bensì un mandato storico che è divenuto ormai imperativo ribadire con vigore e, soprattutto, declinare in azioni concrete.
Tutti i modelli educativi rischiano di fallire se non rimettono al centro l’educazione all’altro. Imparare a pensare, sia attraverso la storia che tramite la produzione di un saggio scritto, dovrebbe servire proprio a questo: a capire che il nostro passaggio nel mondo acquista un senso solo quando diventa generativo per gli altri.
Forse, il vero esame non si sostiene solo tra i banchi dell’università o delle superiori, e nemmeno davanti alla commissione che ha appena ascoltato Clara e i suoi compagni. Si sostiene ogni giorno, quando docenti e studenti decidono insieme di declinare il “fare da grande” non come un mezzo per accumulare successo personale, ma come uno strumento per lasciare il mondo un po’ più felice di come lo si è trovato.
*Pianista, docente MIM



