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Custodi di meraviglia: il potere del racconto

"Il Docente Fuori Corso". Questo è il titolo della nuova rubrica lanciata da Paolo Luciani, che presentiamo oggi per la prima volta ai nostri lettori. Con un tocco di autoironia che rompe il muro della formalità scolastica, questa rubrica presenta la figura di un insegnante che non si limita al programma ministeriale, ma guarda oltre e, magari, si sente ancora un po' studente nell'anima.

Redazione

Custodi di meraviglia: il potere del racconto (di Paolo Luciani)

In vent’anni trascorsi tra i banchi, ho imparato che l’educazione non è mai una questione di muscoli, ma di sguardi. Oggi assistiamo a un fenomeno preoccupante: la crescita esponenziale dell’aggressività tra giovani e giovanissimi, unita a una forte riluttanza verso l’autorità degli adulti. La risposta delle istituzioni consiste spesso in soluzioni autoritarie: divieti, metal detector, corsi forzati di empatia ai docenti (diventato ormai il capro espiatorio preferito di tanta politica e non solo). È proprio come docente, mi chiedo: può un divieto essere la soluzione a un problema che affonda le radici nella perdita del senso del “bello”?

Mi sono dato una risposta, se pur parziale: il vero contrasto al disagio non passa per la confisca di un cellulare, ma per la riscoperta del “mondo reale”, la Natura. Che è la pedagoga per eccellenza, l’unica capace di insegnare il limite senza umiliare. Il mondo tecnologico, abitua i bambini a una realtà istantanea, viceversa la Natura impone il ritmo dell’attesa, lo stupore della scoperta e il rispetto per ogni forma di vita.

Portare un bambino in campagna o in montagna non è un’attività ricreativa, è un atto educativo: significa riattivare la gioia innata della scoperta. Se non raccontiamo ai giovani la “magia” della natura, li condanniamo a restare prigionieri di uno schermo che non offre loro alcuna radice.

Negli ultimi decenni, inutile negarlo, abbiamo smarrito la nostra missione più alta: essere guide sagge e dispensatori di storie. Un tempo, i bambini venivano custoditi in quanto tali.

Nei miei ricordi di ragazzino ritorna una frase ripetuta frequentemente dagli adulti di allora: “andate a giocare voi che questi sono discorsi da grandi “

Ebbene sì: esistevano i “discorsi da grandi”, non per escludere i bambini, ma per proteggere la loro età evolutiva da complessità che non potevano ancora metabolizzare. Oggi, invece, tendiamo a trattarli come piccoli adulti, sommergendoli di ansie e realtà crude che ne inaspriscono il carattere.

Avete mai visto un bambino attratto da un adulto che urla? Io no, semmai l’ho visto rapito da un adulto che sappia narrare. I ragazzi seguono chi riconoscono saggio, chi sa trasformare l’esperienza in aneddoto, la vita in fiaba. Come diceva Einstein: “Se vuoi figli intelligenti, racconta loro delle fiabe”. La fiaba, a differenza del contenuto violento dei social, è strutturante: racconta la vittoria del bene e dà ordine al caos emotivo.

Ci siamo discostati da questa missione. La società odierna, e purtroppo anche la politica, sembrano aver perso la capacità di narrare, preferendo il clamore dell’aggressività verbale. Questi sono i “cattivi maestri”: adulti che generano sfiducia o, peggio, un’identificazione perniciosa con modelli violenti.

Il risultato è un cortocircuito: da un lato l’uso di social-media che spingono alla sopraffazione, dall’altro un mondo adulto che risponde solo con il proibizionismo. Per recuperare il rispetto, dobbiamo prima recuperare l’incanto.

I bambini vanno custoditi quali bambini. Il nostro compito non è limitare con la forza, ma accompagnare alla scoperta delle meraviglie del mondo. Dobbiamo avere il coraggio di spegnere i rumori della politica gridata e degli schermi per riaccendere il fuoco del racconto attorno a un tavolo o sotto un albero. Solo sostituendo l’aggressività con la sapienza e il divieto con l’educazione al bello, potremo restituire ai giovani un mondo che non sia solo “schermo”, ma vita, magia e bene comune.

Sorge allora un interrogativo spontaneo: a chi spetta questo compito così delicato? È una missione che grava solo sulle spalle degli insegnanti e dei docenti o appartiene esclusivamente al recinto sacro della famiglia, tra genitori, nonni e zii?

La risposta risiede forse nel superamento di questa separazione. Per formare quelle che Edgar Morin definisce “teste ben fatte”, capaci non solo di accumulare saperi, ma di organizzarli e dar loro un senso, serve un’alleanza di cuori e di intenti. La famiglia è il primo luogo della narrazione, dove il nonno spiega il ritmo delle stagioni e la madre protegge il sonno con la fiaba; la scuola è il luogo dove quel seme di curiosità diventa metodo, confronto e coscienza civile.

Non possiamo delegare la magia solo alle pareti domestiche, né possiamo pretendere che lo Stato educhi al “bello” se in casa regna il frastuono degli schermi. Una “testa ben fatta” nasce quando il “maestro” e il genitore si riconoscono come co-autori della stessa storia.

È un passaggio di testimone: l’adulto, chiunque egli sia, si fa guida saggia per impedire che il cinismo del mondo adulto soffochi il diritto del bambino a restare tale. Solo così, unendo la sapienza dei nonni alla guida degli educatori, potremo restituire ai nostri figli un mondo che non sia solo da guardare, ma da abitare con stupore.


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