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La Scuola è il Luogo del Bene: dalle radici dell’infanzia alla tutela del futuro

La docente accoltellata a Varese, il preside preso a pugni a Taranto, le spedizioni punitive dei genitori a Foggia. Sono i frutti amari di anni di segnali ignorati. Ma la ferita brucia ancora di più sui social, in quel "tribunale del web" che ribalta sistematicamente la realtà.

di Lucia Sparagna*. 

Quello che abbiamo visto nell’ultima settimana non è cronaca scolastica: è un bollettino di guerra. La docente accoltellata a Varese, il preside preso a pugni a Taranto, le spedizioni punitive dei genitori a Foggia. Sono i frutti amari di anni di segnali ignorati. Ma la ferita brucia ancora di più sui social, in quel “tribunale del web” che ribalta sistematicamente la realtà, giustificando minori capaci di crimini a sangue freddo e colpevolizzando noi insegnanti per una presunta “scarsa empatia” proprio mentre subiamo violenza.

È ora di dire basta. La scuola deve tornare a essere, per vocazione e per diritto, il Luogo del Bene. Ma il Bene non si fa con le pacche sulla spalla: si fa con la prevenzione scientifica, la fermezza istituzionale e il riconoscimento di chi sta in prima linea.

L’analisi invisibile e la trafila dell’indifferenza

Tutto comincia alla scuola dell’infanzia. L’insegnante qui compie un lavoro di osservazione silenzioso e metodico: a tre anni noi vediamo già tutto. Notiamo le difficoltà relazionali, l’incapacità di gestire il limite, i primi segnali di un malessere che, se ignorato, diventerà devianza. Eppure, qui inizia la trafila dell’invisibilità.

Mettiamo tutto per iscritto, elaboriamo relazioni che sono mappe del benessere, ma queste mappe finiscono nei faldoni. Il sistema non agisce. Invece di un intervento corale guidato dalla dirigenza, il docente viene lasciato solo. Se insiste, viene sminuito a “pulisci-moccoli”, mentre la sua analisi comportamentale — l’unica che conta davvero per la socializzazione — resta inascoltata. Era tutto scritto, tutto previsto, ma il sistema ha preferito ignorare.

La scienza contro il buio: Grafologia Forense e osservazione

Per dare forza a queste osservazioni, la scuola deve aprirsi a strumenti oggettivi. La grafologia forense come opportunamente segnalato da Carmensita Furlano su docenti.one, non è un orpello, ma una necessità d’urto. La scrittura di un minore parla dove la voce tace: può rivelare disagi profondi e segnali di violenza imminente. Integrare questa scienza significa dare ai docenti una “sentinella” capace di fornire dati che nessuna famiglia o dirigenza potrà più permettersi di ignorare.

Dobbiamo cambiare paradigma: basta “progettifici” e sportelli psicologici isolati che cercano la patologia nel singolo. La scuola ha bisogno di mediatori, counselor e coach scolastici che operino dentro le aule, agendo sui gruppi. Se l’autonomia manca — se a cinque anni un bambino non sa infilarsi un cappotto o una giacca nonostante i solleciti — è un segnale d’allarme che va affrontato con la famiglia, non nascosto sotto la sabbia del diniego.

Sicurezza sul lavoro e responsabilità genitoriale

Il patto educativo deve tornare a essere un obbligo giuridico. Se la scuola convoca una famiglia per un disagio e il genitore ignora l’invito, lo Stato deve intervenire. Proponiamo una regola ferma: al terzo invito ignorato, scatta la chiamata alle autorità o alle forze dell’ordine. L’abbandono educativo è una responsabilità grave.

Allo stesso tempo, ogni aggressione va inquadrata per quello che è: una violazione della Sicurezza sul Lavoro (DLgs 81/08). Se un operaio venisse colpito in fabbrica, nessuno metterebbe in dubbio la sua professionalità; a scuola, invece, si processa il docente. Questo è inaccettabile.

La riforma delle radici e la carriera del merito

Serve una continuità vera. Il curricolo 3-14 deve smettere di rincorrere le competenze cognitive precoci. La società ci chiede bambini che scrivano e contino sempre prima (l’anticipo scolastico va eliminato!), ma noi dobbiamo chiedere autonomia. L’infanzia deve essere obbligatoria dai 4 anni e la didattica deve finire a metà giugno per tutti. Non siamo un parcheggio estivo.

Infine, la dignità passa dal riconoscimento economico e professionale. Accorciamo la progressione a 25 anni, ma creiamo figure di supervisori e tutor (modello UK). È il momento di indire un concorso pubblico interno per valorizzare chi, tra gli insegnanti, ha già titoli e competenze come educatori di strada, counselor, coach, mediatori o grafologi. Questi professionisti, individuati dal MIM per i loro titoli e l’esperienza sul campo, dovrebbero essere pagati di più per svolgere un lavoro di prevenzione attiva: ruotando tra le classi (magari per quattro ore settimanali ciascuna) con il compito specifico di osservare, mediare e intervenire prima che il danno diventi irreparabile.

Il merito deve basarsi sulla capacità di risolvere i problemi reali, premiando chi ha studiato per facilitare il lavoro degli adulti di domani, non solo chi ha accumulato anzianità. Difendere la scuola significa difendere il futuro. Il Bene si semina presto, si tutela con le leggi e si onora con il rispetto.


*Lucia Pina Sparagna, Insegnante Scuola dell’infanzia, coach, mediatrice, counselor.
C.N. Associazione Nazionale Docenti

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