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La scuola luogo del Bene fra paradosso della colpa e cronaca del dolore

Le vicende inquietanti degli ultimi giorni che hanno monopolizzato l'attenzione del mondo dell'informazione e non solo, interrogano la coscienza individuale e collettiva chiamando ciascuno alle proprie responsabilità. Ospitiamo la riflessione di una docente che dà voce a un sentire comune di una Scuola che non molla e riafferma la propria mission. Nonostante tutto.

di Lucia Sparagna*. 

La Scuola è il luogo del Bene: il mio grido per una Comunità che educa alla Felicità

Scrivo queste parole con il cuore colmo di quella gioia che, da ben ventidue anni, accompagna ogni mio ingresso nella scuola dell’infanzia. Per me l’insegnamento non è solo una professione; è una vocazione profonda, un atto d’amore verso la vita che si rinnova ogni mattina. La scuola non è una trincea, è la mia casa. È la casa di tutti quegli insegnanti che, nonostante le fatiche, continuano a crederci. È un presidio di democrazia e il luogo dove si costruisce, mattone dopo mattone, il Bene.

In questo spazio sacro, la funzione docente si manifesta nella sua interezza: un filo unico, prezioso e indivisibile, che lega l’insegnante dei piccoli che muovono i primi passi, al professore universitario. Siamo un solo corpo, una sola missione. Eppure, oggi la mia anima grida. Piange e si ribella, perché vedo tutto il Bene che facciamo quotidianamente sporcato da una deriva di violenza che non possiamo più ignorare.

La Scuola siamo “Noi”: Integrazione e Collaborazione
Dobbiamo dircelo con forza: la scuola siamo tutti noi. Non è un edificio, ma un organismo vivente fatto di docenti, personale ATA, dirigenti, studenti e famiglie. Il Bene immenso che la scuola produce viene oggi offuscato da episodi di violenza — sporadici, è vero, ma gravissimi e assolutamente intollerabili.

L’integrazione e la collaborazione non sono concetti astratti da scrivere sui verbali; sono pratiche quotidiane che richiedono uno sforzo reciproco. Sento storie allucinanti da nord a sud: colleghe a Torino che combattono con il degrado, con genitori saccenti e per nulla collaborativi, con realtà dove l’igiene basilare — la scabbia, la pediculosi, la mancanza di un bagno quotidiano — diventa un ostacolo alla dignità del bambino. Classi dove l’odore di “culture altre” si scontra con la nostra quotidianità, perché il sapone è rimasto un oggetto sconosciuto.

L’inclusività è un valore immenso, ma la nostra missione finisce dove l’altro sconfina con la sua violenza, sia essa fisica, verbale o mascherata da ostruzionismo e manipolazione. Chi meglio di me può capire l’integrazione? Sono stata straniera in Inghilterra, dove mi sono laureata insegnando italiano agli stranieri. Ho vissuto sulla mia pelle cosa significa cercare un posto nel mondo. So che ci vuole pazienza e intermediazione culturale, ma so anche che l’integrazione è un ponte che si costruisce da entrambi i lati: richiede rispetto delle regole comuni e disponibilità alla collaborazione.

Il paradosso della colpa e la cronaca del dolore
I nomi dei nostri istituti oggi risuonano come ferite aperte: Abbiategrasso, Varese, Rovigo, Trescore. Docenti colpiti e aggrediti proprio da chi dovrebbero accompagnare verso la libertà. E il dolore si fa insopportabile quando leggo del caso dell’Istituto Pacinotti: un giovane che si toglie la vita nel silenzio della sua stanza, e il dito puntato subito contro la scuola. Un ragazzo che non può tornare in vita, la cui morte ha ucciso tutti indistintamente, ma la verità del suo gesto non giace nelle mura dell’istituto. Ci chiedono di essere divinità onniscienti, capaci di leggere nell’ombra dell’imprevedibile, dimenticando che siamo esseri umani dediti all’ascolto. Siamo diventati i capri espiatori di un malessere che non abbiamo generato. Quando un genitore entra a scuola per aggredire un docente a causa di un brutto voto, sta demolendo l’ultimo presidio di civiltà rimasto.

Educare non è sorvegliare
Sento parlare di metal detector, guardie giurate e tornelli. Queste proposte feriscono la mia identità di educatrice. Una scuola blindata è la firma sul fallimento di un’intera società. Il proibizionismo e la sorveglianza fini a se stessi trasformano il luogo della fioritura in un perimetro di sospetto.

  • La sorveglianza reprime, ma non educa.
  • Il metal detector trova le armi, ma non disinnesca la rabbia.
  • La guardia giurata protegge il corpo, ma ignora l’anima.

Educare significa ex-ducere, trarre fuori il meglio, non chiudere dentro. Trasformare le aule in centri di detenzione significa tradire la missione che la Storia e la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia ci hanno affidato.

Fenomenologia del malessere: oltre lo stigma della diagnosi
Dobbiamo avere il coraggio di dire la verità: gli sportelli psicologici spesso restano deserti perché portano con sé lo stigma della patologia. Ma i nostri ragazzi non sono necessariamente “malati”, vivono una fenomenologia esistenziale del malessere. Sono figli di un mondo liquido e di social che hanno rimbambito la percezione della realtà, rendendoli incapaci di stare di fronte ai “fatti”: un brutto voto, un limite, una regola di condotta. Tutto viene concesso, e in questo vuoto di regole cresce l’incapacità di esistere.

Abbiamo bisogno urgente di Mediatori e Counselor: figure che non cercano la malattia, ma agiscono nel “qui ed ora” del disagio. Professionisti della relazione che aiutino studenti, famiglie e docenti a decodificare le emozioni prima che diventino violenza. Dobbiamo sanare il legame attraverso la collaborazione vera tra scuola e famiglia.

Un fondamento costituzionale: la Scuola come Comunità
La mia bussola è l’Articolo 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. La scuola è lo strumento di questa rimozione, ma può farlo solo se c’è una continuità reale e una collaborazione leale tra scuola, famiglia e istituzioni. Non siamo isole. La funzione docente è una colonna portante della democrazia che deve essere difesa, non umiliata.

Conclusione: La Felicità s’Impara
Dobbiamo ricominciare a educare al bene, alla giustizia, alla convivenza democratica. La scuola deve essere il luogo dove si apprende che la felicità è una competenza sostenibile. Non è un’euforia, è la capacità di stare al mondo con consapevolezza e rispetto per l’altro.

Chiedo a tutti voi — colleghi docenti, personale ATA (che siete il primo sorriso che accoglie i ragazzi), DSGA e Dirigenti — di restare uniti. La scuola siamo noi quando collaboriamo, quando integriamo le diversità senza rinunciare ai valori del rispetto e della legalità. Non siamo i guardiani di un edificio, siamo gli architetti di cittadini liberi. Scegliamo la via della comunità educante. Perché la felicità s’impara, e si impara solo se abbiamo il coraggio di tenere le porte aperte, non blindate.


*Lucia Pina Sparagna, Insegnante Scuola dell’infanzia, coach, mediatrice, counselor.
C.N. Associazione Nazionale Docenti 

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