
di PIO G. SANGIOVANNI*.
Viviamo in un tempo in cui, paradossalmente, mentre cresce la richiesta di competenze specifiche e capacità di visione, di saper leggere e affrontare le sfide del futuro con equilibrio, senso critico e di responsabilità, in una parola ‘più scuola’, si continua a ridurre in modo lineare e sistematico il tempo e le risorse necessarie da dedicare a quella istruzione e formazione integrale che solo l’istituzione scolastica pubblica è capace di fornire.
Una contraddizione che diventa ancora più stridente se si riflette sul fatto che queste inopinate operazioni di riduzione dell’offerta di un tempo scuola essenziale, che ha da sempre contraddistinto i percorsi scolastici e culturali italiani da quelli degli altri Paesi Europei e non solo, vengono fatte passare come interventi di razionalizzazione ed efficientamento del sistema presentati usando la parola magica di “riforma”.
In realtà tutti sappiamo che l’ambiziosa idea di cambiamento, ben lungi dal migliorare l’efficacia ed efficienza del sistema educativo-formativo, si riduce puntualmente in dolorose e deleterie operazioni di taglio del monte ore che vanno a penalizzare più o meno tutte le discipline di insegnamento, alcune delle quali ridotte drasticamente o relegate in sparuti e residuali spezzoni di corsi, magari infilati in quella sorta di terra di nessuno che è diventato il “potenziamento”. Ci si rende conto, senza voler essere malpensanti, che il vero obiettivo di tali conclamate riforme, si traduce molto più prosaicamente in continue riduzioni degli investimenti finanziari, dati con il contagocce, con la perenne formula del “senza ulteriori oneri per lo Stato” o richiamando la magica “invarianza finanziaria”.
Un altro elemento di criticità permanente che si ripresenta puntualmente ad ogni cambio di governo o di titolare del dicastero di Viale Trastevere è infatti quello di voler mettere mano a modifiche sostanziali del sistema vigente, spesso non in linea con l’impostazione esistente, se non addirittura in contrapposizione con quello precedente. Cosa che crea le immaginabili difficoltà derivanti dalla necessità di aggiornare impostazioni, procedure, modalità e criteri di gestione dell’organizzazione scolastica e di conduzione delle attività didattiche. Una storia che si ripete, dunque, con l’aggravante che man mano si desertifica il monte ore del tempo scuola con tutto ciò che comporta in termini di qualità, aderenza e completezza dell’offerta formativa, nonché di ricaduta sui livelli occupazionali del personale scolastico.
Quanto descritto per linee generali si è puntualmente verificato anche nel caso della riforma degli Istituti Tecnici, sostanzialmente calata dall’alto, escludendo da una scelta così complessa coloro che avrebbero potuto contribuire a dare quel giusto equilibrio e coerenza di merito: i docenti. Le critiche nette e le richieste di sospensione con rinvio dei tempi di entrata in vigore, con una contestuale riapertura di un confronto che sia effettivamente tale, lo dimostrano in modo inequivocabile.
Un confronto che dovrà partire proprio da una radicale inversione dell’impostazione che per un trentennio ha ispirato il modello di istruzione e formazione in una prospettiva di sostanziale depauperamento dell’offerta di istruzione, mascherata da logiche di razionalizzazione selvaggia ed efficientismo primitivo, che hanno tagliato in modo brutale i quadri orario fondamentali per garantire alle nuove generazioni percorsi educativo-formativi completi ed esaustivi, sia dal punto vista teorico che delle attività ed esperienze laboratoriali, in un unicum ottimale che garantisca risposte adeguate in termini di qualità e competenze ad un mercato del lavoro legittimamente esigente e selettivo.
Abbiamo così assistito all’abbattimento pianificato del monte ore complessivo di lezioni, a cominciare dai bienni delle scuole secondarie di secondo grado, che ha colpito pesantemente le attività laboratoriali nei professionali, ma anche le ore da dedicare a storia e geografia, passate da 3 + 2 a 3 previa la riformulazione anche a livello nominale di geostoria. Oggi, addirittura, nella riforma dei tecnici è prevista soltanto un’ora il primo anno, rinviando la trattazione e lo svolgimento di contenuti comunque essenziali, alle attività di potenziamento, trasformate in un limbo multiforme e senz’anima.
Bisogna cercarla proprio in questa deriva la risposta ai dati allarmanti di statistiche che ci presentano le nuove generazioni completamente all’oscuro da qualsiasi nozione e capacità di collocazione di una località o di un’area geografica nel tempo e nello spazio.
Sono del tutto condivisibili, pertanto, le richieste di sospendere i tempi dell’attuazione della riforma degli Istituti Tecnici per consentire un dibattito sereno e nel merito delle questioni, per garantire la definizione di un percorso che recuperi quella domanda di “più scuola” che affronti i nodi strategici e culturali che ruotano attorno a qualsiasi progetto di formazione e crescita integrale dell’uomo.
RIFERIMENTI NORMATIVI
– Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026;
– Circolare prot. n. 1397 del 19 marzo 2026 – INDICAZIONI OPERATIVE
* PRESIDENTE NAZIONALE AND



