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Meno arte, meno empatia: il paradosso della scuola contemporanea

"L’empatia non è un’abilità tecnica che si acquisisce con un seminario, né un modulo da aggiungere ad un programma già troppo carico, è una abilità civile e psicologica che si sviluppa ogni giorno". Pubblichiamo questo importante contributo del prof. Gianluca Pasquale Todisco al dibattito intorno alle profonde trasformazioni e conflitti che investono la Scuola Italiana. Confronto che stiamo cercando di tenere vivo riportando al centro la sua grande e insostituibile "missione": quella di "insegnare a vivere", sintesi perfetta fra l'essere e il fare.

di Gianluca Pasquale Todisco, Professore a contratto Università di Salerno. 

La cronaca odierna non ci restituisce soltanto il rumore di un disagio generazionale, ma proprio il fragore di una crisi che la società e le istituzioni sembra incapace di leggere. Dall’orrore di una professoressa accoltellata in classe al rapido diffondersi dell’isolamento cronico dietro agli schermi, sempre più ampi, degli smartphone, l’inedia relazionale si è trasformata in un’emergenza nazionale. Di fronte a questo abisso, la risposta della burocrazia è stata quella di un riflesso puramente burocratico: corsi di formazione sull’empatia e sulla gestione delle emozioni. Tuttavia, questa tattica nasconde un paradosso nocivo e fuorviante.

L’empatia non è un’abilità tecnica che si acquisisce con un seminario, né un modulo da aggiungere ad un programma già troppo carico, è una abilità civile e psicologica che si sviluppa ogni giorno attraverso il contatto con tutte quelle discipline umanistiche che silenziosamente si stanno disgregando. Proprio nel momento in cui si invoca la necessità di “sentire,” stiamo togliendo agli studenti gli strumenti necessari per farlo.

Le emozioni non si insegnano per via teorica: si abitano con il suo esercitare l’interpretazione. L’arte è una forma di intelligenza estremamente formativa. Chi fa scuola sa bene che un quadro, un colore o una linea non sono soltanto esercizi tecnici, ma strumenti di espressione profonda. Gli studenti ricevono lezioni su come nominare i propri stati d’animo grazie al chiaroscuro di un Caravaggio o ai sapienti tocchi di un Van Gogh; imparano, quindi, a tradurre un sentimento intimo e confuso in un tratto visibile e condiviso. Empatia, emozioni e valori non si ‘appiccicano’ con un corso, si coltivano con le materie che le fanno vivere. Al danno si aggiunge la beffa: si propone formazione sulle emozioni e si smantella chi le insegna da sempre! Spostare il baricentro di questa problematica verso la formazione dei docenti rischia di tramutarsi nell’ennesima ideologia che ignora il vero nodo: ridare ai giovani la possibilità di educare il proprio sentire tramite la bellezza. Il pregiudizio dell’irrazionalità: l’arte come processo cognitivo.

Umberto Eco, intervenendo nel dibattito sulla struttura dei programmi scolastici, ha notato più volte la natura paradossale di un sistema che emargina e svaluta l’Educazione Artistica. Il tempo dedicato alle discipline artistiche è insufficiente e mal utilizzato. Ha inoltre commentato che: “È curioso che in un Paese che vive di turismo culturale e di immagine, l’ora di disegno sia considerata un’ora di svago, quasi un intervallo tra le materie serie. In questo modo si comunica ai ragazzi che l’arte è un lusso superfluo, invece di una grammatica necessaria per leggere la realtà” (Eco, 2002, p. 54). Secondo Eco, la mancanza di educazione alla storia dell’arte nelle scuole italiane si traduce in una mancanza di cittadinanza critica. A tal proposito, l’autore ha scritto: “La carenza di ore riservate alla storia dell’arte non è solo un problema di programmi, ma di mentalità. Ridurre lo spazio dell’estetica significa formare cittadini che guardano senza vedere, incapaci di distinguere la qualità di un monumento dalla volgarità di un cartellone pubblicitario” (Eco, 1998, p. 210).

Per questo grande filosofo la riduzione del numero di ore di lezione di arte riflette la sottovalutazione dell’importanza del ruolo dell’insegnamento dell’arte nello sviluppo cognitivo. Esiste ancora oggi un miope pregiudizio che relega l’arte a una sfera vaga, quasi irrazionale, contrapposta al rigore delle materie scientifiche. È importante sfatare questa immagine per poter capire il vero valore educativo della disciplina. Rudolf Arnheim, una delle figure più importanti della psicologia dell’arte, ha mostrato come un’attività artistica sia un’attività conoscitiva in cui percezione, pensiero, ed emozione si integrano in un’unica esperienza. Arnheim scriveva con lucidità che: “dipingere un quadro o scolpire una figura non è né più né meno emotivo di risolvere un problema matematico.”

L’arte è una straordinaria forma di comunicazione che agisce attraverso la sospensione del tempo e trasmette emozioni, intuizioni e promuove benefiche connessioni interpersonali. Ogni opera, che sia visibile su una tela o su uno schermo, è una superficie riflettente. Sostiene Recalcati: “Parlare di un’opera significa anche rivelare sé stessi. In ogni opera d’arte, infatti, come teorizza Deleuze, si tratta di ordinare un abisso. Non a caso anche un filosofo del dionisiaco com’è Nietzsche ci ricorda che la meta ultima di ogni artista è raggiungere una forma: «dominare il caso che si è, costringere il proprio caso a diventare forma: è questa qui la grande ambizione!»”. Impedire agli studenti questa pratica, vuol dire limitare una facoltà cognitiva fondamentale per ottenere il giusto equilibrio tra il pensiero logico e quello interiore. L’arte non è a “scopo ricreativo” ma è finalizzata a capire come è fatto il mondo e come siamo noi dentro a esso.

Le recenti riforme hanno trasformato gli istituti tecnici e professionali in meri centri di addestramento lavorativo, penalizzando lo studio della cultura e della storia dell’arte. Gli studenti vengono visti come esecutori e molte materie, come l’arte, vengono ridotte o eliminate. Così, alla fine, si formano lavoratori con carenze formative. Senza una base critica e storica, un professionista non può comprendere il valore del suo lavoro o le radici del territorio in cui lo svolge. L’architetto e docente Andrea Ragazzini ha dichiarato che siamo gli unici al mondo ad avere la Storia dell’Arte come materia obbligatoria in entrambi i cicli di istruzione (primaria e secondaria). Eppure, questa disciplina, con la sua “incomparabile marginalità”, soffre. È in atto un vero esproprio che ha colpito “per sottrazione” diversi indirizzi, in cui la disciplina è ridotta a una traccia residua, talvolta compressa in due ore a settimana, o lasciata al libero arbitrio delle “quote di autonomia” delle singole scuole.

Segnale di speranza, paradossalmente, si ha dalla scuola primaria, dove la pregressa introduzione del docente specialista pare finalmente rompere il guscio dell’”attività di svago”, come era concepita l’educazione artistica, per trasformarla in un vero insegnamento strutturato. Tuttavia, se il cammino si spezza proprio negli anni cruciali dell’adolescenza, è troppo poco. Il filosofo Edgar Morin ci ricorda che il compito della scuola non è solo quello di frammentare il sapere, ma anche quello di “insegnare a vivere”. In un’era in cui la conoscenza è distribuita “a fette”, gli studenti non sono più in grado di collocare le informazioni nel contesto di un orizzonte umano. Non si possono separare le scienze dalle discipline umanistiche. Anche Albert Einstein, “globalista-matematico”, amava suonare il violino non come passatempo, consapevole che l’arte alimentasse la sua intuizione scientifica. Morin, intervenendo nel dibattito attuale, introduce anche il concetto di “Eros”, non come sentimento romantico, bensì come passione della conoscenza e per l’altro. Non è un banale trasferimento tecnico di dati, ma un atto d’amore verso ciò che si insegna e verso chi si ha di fronte. La scuola deve «riannodare i fili» dell’umano, saldare il rigore della logica con la profondità dell’arte.

Cesare De Seta, storico dell’arte e dell’architettura, già docente della Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha ben descritto il paradosso italiano sull’insegnamento della storia dell’arte. L’osservazione più famosa sull’erosione subita dalla disciplina è tratta dal suo “Perché insegnare la storia dell’arte” (2008). L’Italia, ha spiegato, è vittima di un paradosso: «Eppure il nostro è l’unico paese al mondo che comprende questo insegnamento nel proprio curricolo scolastico, lo ha svuotato di ogni dignità e lo ha disconnesso dalla concretezza di un patrimonio nazionale incalcolabile». La vera urgenza educativa non risiede nella proliferazione di corsi burocratici sull’empatia, o sulle emozioni, ma in un ritorno radicale alla bellezza e alla storia dell’arte come strumenti di crescita relazionale. Educare alle emozioni significa offrire agli studenti il ​​tempo e lo spazio per alzare lo sguardo dagli schermi per concentrarlo su un’opera d’arte in cui il “sentimento” non è una teoria, ma un’esperienza vissuta. Continuando a sacrificare il disegno, la storia dell’arte, l’istruzione artistica in genere, sull’altare di un pragmatismo insensibile, allontaneremo ulteriormente i giovani dalla realtà.

La vera urgenza educativa non sta nella proliferazione di corsi burocratici sull’empatia o sulle emozioni, ma in un ritorno radicale alla bellezza e alla storia dell’arte come strumenti di crescita. Cosa pensare di una società in frantumi, sempre più violenta e delle nuove generazioni che in eredità ne ricevono le fratture? Davvero pensiamo che un pacchetto di ore di formazione contenente un’asettica e sterile proposta formativa possa rappresentare una risposta valida?


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