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SUPERIORI IN 4 ANNI, IL FALSO MITO DEL ‘COSÌ FAN TUTTI IN EUROPA’

Solo in una minoranza di Stati europei la scuola secondaria finisce a 18 anni. Qual è il vero motivo della sperimentazione italiana?

di Giorgio Ragazzini*

è ardua da comprendere l’idea di togliere un anno alla durata delle scuole superiori in modo da farne uscire i ragazzi a 18 anni

Fra le cose che per il senso comune sono ardue da comprendere c’è senz’altro l’idea di togliere un anno alla durata delle scuole superiori in modo da farne uscire i ragazzi a 18 anni; e di sperimentarne l’applicazione in un certo numero di scuole. Questo, si sostiene, con il vantaggio di arrivare un anno prima all’università o sul mercato del lavoro, così da competere alla pari con i coetanei continentali. E si aggiunge: “allineandosi alla maggioranza dei Paesi europei” (Famiglia Cristiana), “in linea con gli altri Paesi europei” (Corriere della Sera), e persino “come avviene nel resto del mondo” (Avvenire). Eppure con gli attuali cinque anni non si riesce a dare a molti studenti una preparazione soddisfacente, a cominciare da quella in italiano. Toglierne uno sembra proprio il classico paradosso.

Ma davvero in Europa gli studi finiscono a 18 anni? L’Unione Europea si è dotata dal 1980 di una rete istituzionale, chiamata Eurydice, per la raccolta, l’analisi e la diffusione di dati sui sistemi educativi. Ogni anno scolastico produce un rapporto che aggiorna la situazione. Mi sono servito di quello del 2022-23 per capire come stanno effettivamente le cose. E la risposta che mi sono potuto dare alla domanda di poche righe sopra è un “no” molto netto: su 33 Stati di cui vengono forniti i dati (vedi tabella), negli istituti di tipo liceale solo in 11 Stati gli studi finiscono a 18 anni, negli altri 22 Stati a 19 anni. Nei corsi tecnico-professionali il divario è ancora più netto: 7 “diciottisti” contro 27 “diciannovisti” (il totale di 34 dipende dal fatto che in Austria alcuni finiscono a 18, altri a 19).
Dato che la lettura dei grafici del rapporto Eurydice è resa complessa dalle differenze di struttura dei sistemi scolastici, potrebbero esserci alcuni errori nella sintesi della tabella; è molto improbabile, però, che cambino sostanzialmente il risultato. Dunque non si può motivare questa innovazione con il “così fan tutti”.

Veniamo all’ingresso nel mercato del lavoro. Per cominciare, la grandissima maggioranza dei diplomati e dei laureati non competerà in Europa, ma in Italia. Ma soprattutto sarebbe strano che qualsiasi datore di lavoro qualificato guardasse all’età (un anno meno di altri candidati) e non alla preparazione. Allora come mai nel 2017 (c’era la ministra Fedeli) si è voluta varare questa sperimentazione? C’è chi ha pensato che tutto si ridurrebbe all’evidente risparmio. Il ministero respinse con sdegno questa motivazione; e d’altra parte si andrebbe incontro a una forte opposizione dei sindacati, dato che dal taglio dei posti di lavoro verrebbero ostacolate le future immissioni in ruolo ope legis dei precari, della cui costante riproduzione purtroppo non si vede ancora la fine.

È possibile che la risposta stia nei criteri da rispettare per aderire alla sperimentazione, che in gran parte non sono legati ai problemi pratici creati dall’abbreviazione del secondo ciclo. Infatti, per chiedere di partecipare, le scuole “dovranno distinguersi per un elevato livello di innovazione, in particolare per quanto riguarda l’articolazione e la rimodulazione dei piani di studio, per l’utilizzo delle tecnologie e delle attività laboratoriali nella didattica, per l’uso della metodologia CLIL (lo studio di una disciplina in una lingua straniera), per i processi di continuità e orientamento con la scuola secondaria di primo grado, il mondo del lavoro, gli ordini professionali, l’università e i percorsi terziari non accademici”.

Si tratta di un compendio quasi completo di quello che l’apparato ministeriale e i suoi pedagogisti di riferimento hanno sostenuto con vigore da molto tempo come rimedi alle gravi difficoltà della nostra scuola (illudendosi che lo si possa fare senza esigere dagli allievi impegno e senso di responsabilità e continuando ad abbassare “l’asticella” fin quasi al livello del terreno). Mi pare quindi fondata l’impressione che questa sperimentazione serva a fare un primo passo per poi estendere a tutta la scuola il suddetto “elevato livello di innovazione”.
Vediamo per esempio cosa ne dice, significativamente, il pedagogista Dario Ianes, che si è dichiarato favorevole, ma a certe condizioni: “Deve essere riformato profondamente il curricolo, bisogna rottamare e ‘bruciare’ le cattedre e proporre una didattica diversa. Gli istituti superiori, e soprattutto i licei, sono ancora troppo legati a una didattica frontale. La scuola dovrebbe proporre più problemi, laboratori, progetti su temi reali. Toglierei le cattedre anche fisicamente: secondo me l’insegnante che arriva in classe, si siede e posa la sua borsa con il libro di testo e i suoi appunti sulla cattedra è la premessa per una scuola superata”.

Di fatto l’obiettivo principale dell’uscita da scuola a 18 anni, motivato più che altro dall’affermazione che sarebbe “in linea con il resto d’Europa”, ha messo in ombra una sperimentazione didattica intensiva che invece, con il risalto che avrebbe avuto se fosse stata il suo unico scopo, poteva verosimilmente provocare reazioni ancor più negative. Così facendo, anche se alla fine l’accorciamento di un anno delle superiori non desse buoni risultati o suscitasse troppe resistenze per generalizzarlo, si sarà almeno avuto la possibilità di mettere alla prova le “innovazioni”. Vedremo con quali risultati. Da valutare – si spera – spassionatamente.

* da “ilSussidiario.net”, 13 maggio 2024

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