Note & Interventi

Presa Diretta, focus sulla scuola. Una singolare coincidenza.

 

Nella settimana decisiva della sorte del progetto di legge sull’abolizione della chiamata diretta e degli ambiti territoriali, la RAI, con la trasmissione Presa Diretta, punta i riflettori sulla nostra scuola e sui docenti

 

Il ventotto febbraio scorso durante la trasmissione “Presa Diretta” condotta dal giornalista Riccardo Iacona, è andato in onda un servizio sulla scuola italiana, confrontata anche con altre realtà europee, particolarmente quella Finlandese, dipingendo il nostro sistema scolastico e i docenti, inadeguati e farraginosi.

Il servizio giornalistico, però, è apparso da subito condizionato da un’impostazione decisamente ideologica, che concepisce la scuola come “modello aziendalistico”, fortemente distante da quelli che sono i principi fondanti della nostra Costituzione, ossia una scuola aperta a tutti e che offre a tutti le medesime opportunità.

Abbiamo osservato un susseguirsi di informazioni confuse, artefatte, create ad hoc per trasmettere un’idea falsata dei docenti e della scuola italiana, presentati in più occasioni come frustrati, fannulloni, impreparati.

Bene ha fatto il sottosegretario all’Istruzione Peppe De Cristoforo a scrivere il 2 marzo sul Blog dell’Uffingtonpost che gli insegnanti italiani sono “tutt’altro che demotivati. Anzi, la loro frustrazione nasce proprio dalla loro grande motivazione. È la frustrazione di chi fa scuola in contesti difficili, senza strutture, materiali e attrezzature adeguate, in classi molto numerose e edifici fatiscenti. È la frustrazione di chi sa che l’accesso a scuola è “separato” e che non vengono dati a tutti gli studenti le stesse possibilità e opportunità di successo formativo, perché diverse sono le situazioni di partenza. E se diverse sono le situazioni di partenza, forse proprio da quei contesti dobbiamo partire per invertire la rotta con una iniezione di risorse e investimenti “ordinari” in grado di aumentare l’organico e implementare il tempo-scuola. Se pensiamo poi che la ricetta giusta sia la selezione e assunzione del personale docente da parte dei Presidi, allora siamo davvero molto lontani dalla scuola che ho in testa democratica, plurale, inclusiva, equa e di qualità.”

Il fatto che il servizio vada in onda proprio nella settimana in cui si attende la decisione sulla “chiamata diretta” e l’abolizione degli “ambiti territoriali” fa sorgere il sospetto che la tempistica non sia frutto del caso.

Se la trasmissione Presa Diretta si fosse, invece, occupata, e a fondo, dei veri problemi del sistema scolastico, indagando sulle molteplici cause che nel corso degli ultimi decenni hanno provocato la situazione attuale, avrebbe scoperto che il vero fallimento del sistema istruzione sta altrove, ma molto altrove.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana recita così: “La scuola è aperta a tutti”. Una frase concisa, semplice, che allo stato attuale, però, è ampiamente disattesa. Quest’articolo, richiamandosi ai principi fondamentali, contenuti nell’art. 3, presuppone che la scuola sia priva di qualunque forma di discriminazione.

Qualcuno potrebbe affermare, a ragione, che la scuola italiana è aperta a tutti, e nessuno potrebbe sostenere il contrario. Ma “aperta a tutti” cosa vuole significare? Sicuramente ci dice che la scuola è per tutti. La “scuola è per tutti” è tale quando si fonda sul principio dell’eguaglianza, riducendo le differenze sociali.

Ma la scuola riduce le diseguaglianze? Non è sufficiente soffermarci alla semplice “lettera” della Legge, (La scuola è aperta a tutti) ma dobbiamo entrare nello “spirito” della Legge, che si ricava facilmente dalla lettura dei Principi Fondamentali.

La Costituzione italiana sancisce senza ombra di dubbio il principio dell’uguaglianza.

Riformulo la domanda: la scuola riduce le diseguaglianze?

Sappiamo, purtroppo, che non è così. Lo sappiamo, forse non ci rendiamo conto che stiamo disattendendo la carta costituzionale, ma di fatto è così. Per dirla in maniera più lapidaria, il sistema scuola attuale amplifica le diseguaglianze.  

C’è stato un breve periodo nella storia che la scuola pubblica marciava nella direzione giusta, che svolgeva la sua funzione di livellatore sociale, almeno dal punto di vista delle opportunità, senza tuttavia mai raggiungere completamente questo obiettivo ideale, fino a quando, negli ultimi decenni, ha fatto inversione di marcia iniziato a precipitare nella direzione opposta, da riforma in riforma, diventando di fatto il primo avamposto della diseguaglianza sociale.

La scuola non è “aperta a tutti” quando è sprovvista di mezzi. La scuola non è “aperta a tutti” quando si divide in scuole d’élite e in scuole di periferia (nel senso negativo dell’espressione). La scuola non è “aperta a tutti” quando le differenze etniche e/o sociali sono oggetto di distinzione. La scuola non è “aperta a tutti” quando si formano le sezioni per i figli dei professionisti e le sezioni per i figli di nessuno.

La scuola, oggi, anziché essere protagonista per la restaurazione delle spaccature preesistenti nella società, diventa troppo spesso lo “scalpello” che approfondisce quelle fratture della diseguaglianza, trasformandole in solchi profondi che saranno poi difficilmente superati. Questo è il dramma della scuola italiana, altro che la “chiamata diretta”: all’interno della scuola pubblica sempre più spesso si generano dei dislivelli sociali impressionanti, sempre più favoriti dalle scellerate scelte che il legislatore, attraverso i vari Ministri dell’Istruzione che si sono susseguiti, ha imposto in questi ultimi decenni.

Così facendo, la scuola ha tradito il mandato costituzionale: è aperta a tutti solo sulla carta, in teoria, ma, nella realtà costruisce percorsi e destini separati.

A cosa è dovuta questa evoluzione perniciosa dell’Istruzione Pubblica?

Le cause sono naturalmente molteplici e di svariata natura, e non sarebbe possibile trattarle tutte e in modo esauriente.

Partirei però da un dato di fatto: fino agli anni settanta e ottanta si accedeva alla scuola, allora chiamata “elementare”, in virtù del luogo di residenza. Ogni scuola aveva un bacino di bambini e bambine che andava a frequentare la scuola più vicina, essenzialmente quella del proprio paese. All’inizio degli anni ottanta si ipotizzò, non giudico se a torto o a ragione, che quest’obbligo costituisse una sorta di discriminazione e di diseguaglianza sociale, e si adottò il principio della libertà di scelta; ogni famiglia acquisì il diritto a scegliere quale scuola far frequentare ai propri figli, indipendentemente dal paese di residenza. Si pensò che la libertà di scelta fosse il modo migliore per combattere le differenze sociali, consentendo a chi viveva nelle periferie di iscrivere i figli nelle scuole dei centri più urbanizzati.

Apparentemente questa teoria non faceva una piega, ma fuori dalla teoria, nella pratica della realtà, non fu affatto così. Studi molto approfonditi hanno mostrato che il diritto alla scelta non fu esercitato in modo eterogeneo, si creò sin da subito una ulteriore frattura sociale. Solo le famiglie con maggiore istruzione, con maggiore disponibilità economica, praticarono la libera scelta di spostare i figli e le figlie nelle scuole urbane, a differenza delle classi meno agiate, con minor grado di istruzione, che, probabilmente, all’inizio non solo non erano in condizione di scegliere liberamente, ma non erano nemmeno a conoscenza di questa opportunità. La libertà di scelta fu un privilegio esclusivo della classe media, che spostandosi dalla periferia verso le scuole “migliori”, che si trasformarono in scuole dei “privilegiati”, provocarono l’effetto contrario di ciò che, diversamente, era atteso dal Legislatore.

A completare il quadro disastroso della deriva della Scuola Pubblica sarà una politica poco lungimirante, quella della cosiddetta “autonomia scolastica”. 

Negli anni novanta sono apparsi nel dibattito sull’Istruzione parole come Autonomia manageriale, Leadership, arrivando anche a modificare la figura del “Preside” in quella di “Dirigente Scolastico”. Al di là dei paroloni la verità è tutt’altra. Le scuole hanno visto in questi ultimi trent’anni diminuire drasticamente i finanziamenti e si sono trovati nella condizione di dover “attrarre” più alunni possibili nel loro Istituto, sottraendoli possibilmente alle scuole limitrofe. I docenti verranno sempre di più impegnati nella funzione (di non competenza) di “attrattori a tutti i costi”, sotto il ricatto della perdita del posto di lavoro per mancanza di iscritti, con la minaccia di un trasferimento ad altro istituto lontano da casa. La scuola della formazione dell’uomo e delle donne di domani si è trasformata nella scuola della propaganda, e dal mondo della propaganda ha preso soprattutto gli aspetti peggiori, quelli della vendita di un prodotto che appare ciò che non è.

Ma ancora una volta, chi si attrae? Sempre i soliti, quelli della classe media, quelle categorie sociali che ancora oggi hanno le risorse per praticare la libertà di scelta, in grado di selezionare, sulla base di un qualche elemento di comparazione, la scuola ritenuta migliore. L’edificio migliore, le attrezzature più moderne, la composizione sociale di chi già frequenta, la capacità di selezionare chi saranno i compagni, di sapere chi sono i loro genitori, che tipo è il Dirigente Scolastico.

Il trionfo della diseguaglianza.

Le scuole di periferia, dei centri extraurbani, non sempre ma spesso, si riducono a scuole malandate, abbandonate dalle amministrazioni comunali, con gli alunni in costante diminuzione, e quelli che ancora frequentano, spesso hanno tessuti sociali difficili, economici o familiari, così da creare un vortice vizioso, da peggio in peggio, anno dopo anno, fino a giungere al destino peggiore per quella scuola di periferia, quello di  sparire, sempre grazie alle leggi sul dimensionamento scolastico, e così sarà inevitabile che un’intera comunità perderà una risorsa indispensabile, che porterà fatalmente all’impoverimento di tutto quel territorio; problema ulteriormente accentuato dalla contrazione della popolazione scolastica con il calo delle nascite.

La scuola è tuttora il presidio territoriale più diffuso e capillare del nostro territorio, l’avamposto della società del futuro. La questione della diseguaglianza, della segregazione scolastica, dovrebbe impensierire tutti. È necessario un cambio radicale di strategia, considerato che quella attuata nell’ultimo quarto di secolo è stata fallimentare. Errare è umano ma perseverare è diabolico. La strategia dei Governi precedenti è stata un disastro, ha disatteso i principi costituzionali, in particolare gli artt. 3 e 34, e intestardirsi a proseguire sul solco che ha visto il suo apice nella Legge 107 è da irresponsabili.

L’abolizione della “Chiamata diretta” e degli “Ambiti Territoriali” rappresentano un momento di svolta, che quella parte politica ancora presente nella maggioranza di Governo, legata alla politica della scuola aziendale, probabilmente sottomessa a enti come la Fondazione Agnelli, che in questi anni ha pensato di dettare le regole nella Scuola. Ecco perché ci viene il dubbio che il servizio di Presa Diretta, che ha implicitamente e esplicitamente sostenuto questa malsana teoria, sia frutto di una campagna mediatica volta a distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi della Scuola, per sostenere questa folle ideologia che ha solo provocato diseguaglianza sociale nel posto dove la discriminazione dovrebbe essere totalmente bandita: la scuola.

 

Paolo Luciani

 

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