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La Fabbrica dei Titoli: Il Grande Business della Formazione Docenti

I "paradossi" della storia recente dell'istruzione italiana, costellata di sigle che cambiano. Ma la sostanza rimane la stessa. Un ciclo che appare infinito: si crea un bisogno formativo, si incassano le rette, e quando il mercato è colmo, si alza l'asticella inventando un nuovo requisito

di Paolo Luciani.

Il sistema di reclutamento degli insegnanti in Italia sembra (e toglierei il sembra) essersi trasformato, negli ultimi anni, in una sorta di videogioco “pay-to-win”. Non basta più la laurea, non basta più la vocazione: serve alimentare una macchina burocratica e finanziaria che sembra avere un unico obiettivo: il profitto delle università (soprattutto telematiche) e degli enti certificatori. Possiamo, senza timore di essere smentiti, definirlo il “mercato dei crediti”.

La storia recente dell’istruzione italiana è costellata di sigle che cambiano, ma la sostanza rimane la stessa. L’era dei 24 CFU per esempio: Presentati come il lasciapassare definitivo per l’insegnamento, hanno spinto centinaia di migliaia di precari a investire tempo e denaro. Ma il Cambio di Rotta era dietro l’angolo: Una volta che la platea è stata “saturata” e quasi tutti hanno ottenuto il titolo (24 cfu), le regole sono repentinamente cambiate. I 24 crediti sono diventati insufficienti, sostituiti dai nuovi percorsi da 30, 36 e 60 CFU.

È un ciclo che appare infinito: si crea un bisogno normativo, si incassano le rette, e quando il mercato è colmo, si alza l’asticella inventando un nuovo requisito.
Come sottolineato da diverse inchieste giornalistiche, tra cui quella di Report, dietro questo meccanismo non sembra esserci un reale miglioramento della qualità didattica, ma un business milionario.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito sembra aver delegato la formazione dei docenti a un sistema privato dove la velocità di erogazione del titolo conta più del contenuto.
1. Corsi standardizzati: Spesso ridotti a slide e test a risposta multipla facilmente superabili.
2. Costi esorbitanti: I nuovi percorsi abilitanti hanno costi che possono arrivare a diverse migliaia di euro, gravando interamente sulle spalle dei precari.
3. L’inflazione dei titoli: Quando tutti possiedono le stesse certificazioni (grazie all’acquisto di Master, corsi di perfezionamento e certificazioni linguistiche), il punteggio nelle graduatorie (GPS) diventa una “corsa agli armamenti” economici.
La verità è che non si valuta chi sa insegnare, ma chi ha avuto più disponibilità economica per accumulare ‘punti’ in tempi rapidi, anzi è anche più grave, non c’è nessun interesse a valutare chi sa insegnare, ma non chiedetemi il perché.

Cosa accadrà dopo i 60 CFU?

La domanda sorge spontanea: quando anche l’ultimo precario avrà ottenuto i 60 CFU e le graduatorie saranno di nuovo sature, quale sarà la prossima mossa?
Il rischio è che il Ministero introduca nuove “specializzazioni” obbligatorie o requisiti aggiuntivi legati a tecnologie emergenti o metodologie didattiche mai verificate sul campo. È un sistema che si autoalimenta: ogni riforma “estorce” risorse a chi aspira alla stabilità lavorativa, posticipando il traguardo del ruolo con la scusa della formazione continua. Formazione che appare una chimera, perché a questo sistema non servono insegnanti, ma clienti.
Il paradosso è che questo sistema produce docenti “abilitati” sulla carta, ma spesso esausti e demotivati dalla trafila burocratica. La preparazione vera, quella che si fa in classe con gli studenti, viene sacrificata sull’altare di un esame online comprato in un pacchetto “tutto incluso”.

Siamo ormai al paradosso di una Obsolescenza Programmata dei Titoli: Due Casi Emblematici

Per capire come il sistema si rigeneri non appena il mercato appare saturo, basta guardare a come sono stati gestiti alcuni titoli specifici negli ultimi mesi. Non si tratta di aggiornamento professionale, ma di una vera e propria scadenza pilotata dei titoli già acquisiti.
È il Caso delle Certificazioni Informatiche e l’Accredito di Accredia (si perdoni la ridondanza).
Fino a poco tempo fa, ottenere i 2 punti previsti per le abilità informatiche era un’operazione semplice e accessibile attraverso vari enti. Una volta che la quasi totalità dei precari ha ottenuto i quattro titoli necessari (0,5 punti l’uno), il Ministero ha cambiato le carte in tavola: ora è necessario che la certificazione sia accreditata da Accredia (come la nuova EIPASS o simili).

Ma anche qui un paradosso: Nonostante il bollino di qualità, le modalità di conseguimento rimangono spesso le stesse: test online che si possono superare in pochi giorni di studio mnemonico. L’effetto? Centinaia di migliaia di docenti hanno dovuto “aggiornare” (ovvero ripagare) titoli che già possedevano, alimentando nuovamente le casse degli enti certificatori per non perdere posizioni in graduatoria.

Ancora più eclatante è quanto accaduto con il CLIL (Content and Language Integrated Learning). Fino al 2023, venivano accettati i titoli rilasciati da vari centri di formazione e mediazione linguistica. Improvvisamente, con un colpo di spugna normativo, molti di questi titoli sono stati declassati e non più riconosciuti se non legati a percorsi universitari specifici. Migliaia di insegnanti che avevano investito tempo e denaro in questi corsi si sono ritrovati con un pugno di mosche, costretti a iscriversi in massa alle Università Telematiche per conseguire un nuovo CLIL che rispettasse i nuovi, stringenti (e costosi) criteri ministeriali. Il risultato? Un travaso di milioni di euro dai portafogli dei precari verso le tesorerie delle università online, senza che questo garantisse necessariamente una migliore competenza linguistica o metodologica.

Questi esempi dimostrano che il Ministero non cerca la preparazione, ma la movimentazione finanziaria. Quando un titolo diventa “universale”, il suo valore politico ed economico per chi lo eroga scende a zero. La soluzione? Dichiararlo obsoleto, cambiare il nome del requisito e ricominciare il ciclo di vendita.

È una rincorsa al punteggio che trasforma il docente da professionista dell’educazione a cliente compulsivo di un sistema formativo che non forma, ma fattura.

C’è una via d’uscita? Forse solo un ritorno a concorsi regolari basati sul merito reale e una formazione gratuita o a carico dello Stato potrebbe spezzare questa catena. Ma finché il Ministero resterà legato a doppio filo agli interessi dei grandi poli universitari privati, la “truffa dei crediti” continuerà a mutare forma, rimanendo identica nella sostanza.

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