
di PIO G. SANGIOVANNI*.
Le raccapriccianti immagini del rogo di Crans-Montana e il suo tragico bilancio (40 vittime di cui 9 minorenni) interrogano tutti: come genitori, docenti, educatori, professionisti, rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, gestori di attività commerciali e adulti più in generale. Al centro, e non è una novità, vi è la questione della cultura della prevenzione e della sicurezza nella sua trasversalità e imprescindibilità, dalla più tenera età e durante tutto l’arco della vita di ogni persona.
Sono senz’altro interessanti e importanti, a tale proposito, gli interventi dello psicologo Giuseppe Lavenia e il commento della psicologa e criminologa Roberta Bruzzone, che hanno inquadrato molto bene dal punto di vista scientifico tutti gli aspetti inerenti reazioni e comportamenti di giovani, molti dei quali ancora adolescenti, di fronte a quella trappola infernale.
Del tutto ingiusto e inaccettabile però è l’atteggiamento di coloro che sembrano addirittura additare le vittime del rogo, come responsabili almeno indiretti, a causa dei loro comportamenti definiti, col senno di poi, assurdi e irrazionali. Non convince, tuttavia, neanche la lettura che vuole che il ragionamento “da adulto”, che ti fa percepire il pericolo e ti fa allontanare immediatamente da esso, non lo possiamo pretendere dagli adolescenti, per il semplice fatto che quell’atteggiamento si matura comunque quando si è superata la soglia dei 20 anni di età.
Il problema, come si diceva all’inizio, sta a monte e riguarda tutta la società come sistema complesso, organizzato e regolato da norme del tutto interdipendenti fra di loro, che coinvolgono e chiamano in causa i suoi componenti, ciascuno con responsabilità e compiti specifici, il cui corretto e puntuale assolvimento va ad incidere sugli accadimenti che investono l’intera comunità, nessuno escluso.
Per esperienza ultradecennale nel ruolo di Responsabile dei Servizi di Prevenzione e Protezione (RSPP) in una scuola superiore, so che nelle scuole italiane fin dall’inizio di ciascun anno scolastico un’attenzione particolare viene rivolta agli studenti delle prime classi ai quali, nell’ambito della fase cosiddetta di accoglienza, viene illustrata la mappa dell’istituto, completa dei presìdi del sistema di prevenzione e protezione (cassette di primo soccorso, estintori, idranti, vie di fuga, uscite di sicurezza, vie di esodo e zone di raccolta), ma anche le figure fisiche di riferimento, gli addetti alla gestione dell’emergenza.
Agli studenti viene così insegnato e continuamente rinforzato nel corso degli anni, anche attraverso le prove di emergenza ed evacuazione, il primo concetto fondamentale della cultura della sicurezza, quello cioè, che ogni nostra azione e comportamento può avere conseguenze che si ripercuotono anche sugli altri, che quasi sempre dalla nostra salute e sicurezza dipende anche la salute e la sicurezza di chi ci sta accanto. Far acquisire una vera e propria forma mentis sulla sicurezza, dunque.
Contemporaneamente si impara, attraverso l’osservazione di qualunque ambiente (interno o esterno) in cui ci si trova, a riconoscere i pericoli, a valutarne la gravità e i comportamenti conseguenti, da adottare individualmente e collettivamente. S’impara ad accorgersi di chi sta male e ad attivare le procedure del primo soccorso perché, se è vero, com’è vero, che non tutti nascono con la vocazione del “buon samaritano”, è altrettanto doveroso che trovandosi di fronte a persone colte da malore, da traumi a seguito di incidenti, o episodi di aggressioni e violenze, non bisogna girarsi dall’altra parte e far finta di non vedere, ma è necessario invece chiedere aiuto attivando le procedure di primo soccorso, chiamando se necessario il 112, numero unico di emergenza.
Sono del tutto gratuiti e da rigettare, quindi, i tanti luoghi comuni che additano la scuola e la famiglia come corresponsabili di tragedie come quest’ultima, che invece chiamano in causa direttamente un certo modo di organizzare e gestire spazi destinati a punti di incontro, spettacoli, svago, socializzazione e divertimento. Si nota spesso un senso di fastidio espresso anche in modo esplicito, contro le regole in materia di sicurezza da osservare nella predisposizione degli ambienti e delle manifestazioni pubbliche. Una certa mentalità pseudo-imprenditoriale “evoluta” le definisce in modo sbrigativo come inutili orpelli che fanno solo perdere tempo, perché “tanto non succede nulla”.
È soprattutto questa deriva superficiale e irresponsabile, interessata all’unico obiettivo opportunistico del guadagno facile e veloce, che va combattuta a tutti i livelli, anche a costo di essere impopolari ed additati da una certa “cultura del fare”, come pedanti burocrati che frenano lo sviluppo, il progresso e la libera imprenditoria.
Il mancato rispetto di alcune semplici e scontate regole di prevenzione e di buonsenso, ha creato una trappola mortale, una tragedia annunciata dall’esistenza di situazioni di rischio evidenti, ma passati inosservati forse perché il posto che ospita il locale si chiama Crans-Montana, località turistica e stazione sciistica invernale famosa a livello mondiale come sede di appuntamenti delle gare di coppa del mondo, frequentata da grandi campioni. Forse questo elemento ha tratto in inganno tanti genitori che si sono fidati “a scatola chiusa”, cosa che probabilmente non avrebbero fatto se si fossero trovati di fronte una struttura di qualche remota provincia o periferia urbana.
Ma non è questo il problema, la questione vera è il mancato rispetto delle norme europee e nazionali sulle misure di prevenzione e sicurezza da adottare, che prevedono che tutti i luoghi di lavoro e altri spazi destinati ad ospitare persone con finalità di tipo sportivo, culturale o ricreativo, debbano in via preliminare elaborare ed approvare obbligatoriamente un Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), adottando tutte le misure necessarie per l’eliminazione o la riduzione massima di tutti i possibili elementi di rischio per la salute e la sicurezza pubblica. In Italia il rispetto di queste norme è un obbligo di legge, come lo è anche il controllo periodico da parte degli organi istituzionali preposti, ai quali è giusto e doveroso chiedere di essere intransigenti e trasparenti, anche a costo di ricevere, dai soliti “benpensanti” interessati, l’accusa di intralciare e ritardare con inutili cavilli la realizzazione di opere importanti.
Quando ciò non avviene, fatalmente si verificano le tragedie più assurde, dolorose e laceranti, come quella alla quale abbiamo purtroppo dovuto assistere impotenti. La storia è lì a dimostrarcelo, testimoniando di vicende verificatesi in passato e costringendoci a prendere atto dell’ennesimo fallimento, che non abbiamo imparato niente e che tante vittime innocenti sono morte invano.
* Presidente nazionale AND




