
di Pio G. Sangiovanni*.
Concluso il ciclo di puntate che la Rai ha dedicato alla fiction televisiva ispirata alla storia della preside di Caivano e nel pieno dell’intenso dibattito che si è sviluppato già a partire dal primo episodio, è opportuno effettuare le giuste considerazioni su quanto abbiamo assistito, cercando di farlo a mente fredda attenendoci ai dati oggettivi a disposizione.
Diciamo innanzitutto che si è trattato di un’iniziativa sicuramente ben riuscita, che ha riscosso una lusinghiera accoglienza da parte del pubblico televisivo e ha tenuto testa alla concorrenza delle varie reti nella stessa fascia di programmazione serale. Del resto era avvenuto lo stesso con l’altrettanto fortunata serie dedicata al “professore”, riproposta con nuovi episodi alcune settimane fa, a dimostrazione dell’interesse verso produzioni televisive che rappresentano i temi della quotidianità a volte drammatica in cui è immerso il mondo della scuola. Una rappresentazione spesso più pacata, riflessiva e problematica, rispetto alla “furia social” che solitamente riprende episodi di cronaca estremi e aberranti, per trasformarli in una sorta di “normalità” che getta un’ombra di discredito su un mondo, quello scolastico, che invece rappresenta un vero e proprio avamposto per fronteggiare il diluvio di contraddizioni che si abbatte quotidianamente sulla società.
Naturalmente è fondamentale stabilire un limite netto fra la fiction, finzione appunto, (con le sue legittime esigenze di attrattività e spettacolarizzazione, che fanno audience e profitto per la rete televisiva che la propone) e la realtà scolastica e territoriale che hanno ispirato la stessa. A partire dalla protagonista principale, una vera e propria eroina, descritta con i tratti tipici dell’uomo o della donna sola al comando, una sorta di supereroe impavido che si lancia alla conquista di uno spazio, l’istituzione scolastica, nel quale ripristinare la legalità e la mission che da sempre la contraddistingue. Una sequenza di fatti e circostanze che, nonostante l’evidente sforzo di rendere il più realistico possibile il racconto, si carica di quel pathos romanzato che altro non è che una lettura filtrata da esigenze di natura estetica, sempre in bilico con il rischio dell’intento celebrativo trasferito tout court dal personaggio televisivo al corrispettivo della realtà che, sicuramente, presenta connotati e contesti ben più complessi e articolati.
Fatta questa doverosa premessa e rispettando il lavoro di regia della macchina filmica, è necessario però raccontare anche altre storie o quantomeno, richiamare fatti e circostanze di conflittualità che sono avvenute negli anni scorsi in quella scuola reale, i cui protagonisti sono proprio quella dirigente e quei docenti. Episodi che hanno percorso strade che conducono alle aule giudiziarie, con esiti ben diversi dalla finzione filmica. Non pretendevamo certo che la fiction ne parlasse, tuttavia è giusto che si sappia che queste cose sono successe, innescate da provvedimenti sanzionatori e repressivi adottati proprio dalla dirigente nei confronti di docenti di quella istituzione scolastica. Ne sono seguiti estenuanti contenziosi dinanzi alla magistratura competente, i cui esiti non sono favorevoli alla dirigente, riabilitano anzi i docenti coinvolti annullando come illegittimi e arbitrari i provvedimenti adottati.
E’ proprio di questi giorni, infatti, la notizia della sentenza del Tribunale civile di Napoli Nord che ha condannato la dirigente scolastica di Caivano a risarcire un docente che nell’ottobre del 2022 era stato depennato dalle graduatorie di supplenza con un provvedimento dichiarato illegittimo dal giudice. Ma vi sono anche altri contenziosi in atto per presunti abusi, con docenti e ATA esasperati che chiedono il trasferimento a causa di un clima lavorativo carico di tensioni e continue pressioni, non solo psicologiche.
Riservandoci di tornare su queste vicende nel momento in cui saranno scritte in modo definitivo dall’organo competente le conclusioni, è opportuno invece riprendere il tema della donna sola (o uomo solo) al comando, contro tutti e tutto, che in molta parte del film è stata celebrata e indicata come l’unico modo possibile per fronteggiare una quotidianità che vestiva i panni di una pericolosa emergenza caotica e ingovernabile. Una visione che sembra riprendere e rilanciare l’immagine del dirigente scolastico autocrate, investito di un potere assoluto nel disporre del personale scolastico e di tutta l’organizzazione, alla quale l’AND si è sempre opposta, proprio perché rappresenta una svolta autoritaria e contraria a quell’idea di scuola pubblica indicata dai Padri Costituenti ottant’anni fa.
Una scuola “Comunità educante e democratica”, come recita l’art. 32 del CCNL del personale del comparto Istruzione e Ricerca 2019/21 che, evidentemente, non può essere contemplata in un sistema incardinato su una figura sola al comando che, come i fatti dimostrano inequivocabilmente, è anche la causa principale del clima di conflittualità e tensione che si respira in modo sempre più evidente nelle scuole della nostra Penisola. Un’idea di “comunità educante” che il film (dopo un inizio in cui aveva in parte dipinto in modo sibillino i docenti e il personale scolastico come fannulloni e inetti), ha cercato di recuperare nelle scene conclusive quando, forse in modo involontario, è apparso evidente il contrasto fra la solitudine della dirigente sola al comando, chiusa all’interno del suo ufficio e tutto il resto, quella sì la vera comunità educante che vive e si fa forza stando insieme sostenendosi vicendevolmente in modo davvero solidale.
*Presidente nazionale AND



