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DIRITTI VIOLATI E PANDEMIA DEL RICORSO, CUI PRODEST? 

Il caso emblematico dei diplomati magistrali

La sentenza del Consiglio di Stato del 20 dicembre 2017, sancendo la esclusione dalle Gae dei diplomati magistrali ante 2001/2002, intervenuta dopo anni di orientamenti giurisprudenziali opposti, ha gettato nello sconforto migliaia di precari, sul lavoro dei quali si è retto il funzionamento della scuola primaria e di infanzia in questi ultimi anni.

Dopo lo sciopero odierno, da molte parti si invocano soluzioni politiche, le quali tuttavia non potranno certo spingersi fino a sconfessare l’orientamento espresso dall’adunanza plenaria del C d S. È evidente, a questo punto, che qualsiasi strada verrà perseguita si finirà per scontentare tutti. La vicenda è emblematica della generale situazione caotica in cui versa la scuola pubblica. La legislazione scolastica si presenta sempre più contraddittoria, lacunosa ed incoerente, dando adito a dubbi ed errori interpretativi, in cui sovente incorrono anche gli uffici scolastici chiamati alla sua applicazione. La contrattazione collettiva che un tempo era lo strumento attraverso cui le rappresentanze sindacali ottenevano regole certe a tutela dei diritti dei lavoratori della scuola, è divenuta strumento attuativo degli abusi e delle prevaricazioni del governo su una classe docente sempre più indebolita e non più rappresentata, se non formalmente.

In siffatto contesto, il ricorso all’autorità giudiziaria, è sembrato essere ai docenti l’unico strumento perseguibile per far valere le proprie ragioni. Purtroppo però, in assenza di un serio progetto politico e di una necessaria visione d’insieme su come debba essere configurata la pubblica istruzione, il continuo ricorso alle pronunce giudiziali appare incoraggiare un’azione volta a realizzare un mero disegno disfattista, in cui la vittoria dei singoli conferma il progressivo disfacimento del sistema.

In nessun settore della pubblica amministrazione, come in quello scolastico, si è verificata, infatti, una così massiccia corsa al contenzioso seriale. E non ci si riferisce qui al caso individuale di chi legittimamente rivendica un diritto negato, ma al fenomeno divenuto abnorme dei ricorsi collettivi. Ormai non c’è categoria di docente per la quale non sia stata confezionata un’azione giudiziale ad hoc per la sua posizione! I procedimenti giudiziali sono propagandati sul web come prodotti di largo consumo ed è tutta una corsa all’adesione. Ora, se vero che i ricorsi rappresentano l’unico modo di ricondurre nell’alveo della legalità i molteplici abusi ministeriali, è evidente che il loro exploit rappresenti una patologia del sistema. D’altra parte, la magistratura nel decidere sulla legittimità della confusa normativa scolastica non è tenuta a valutare le conseguenze delle sue decisioni, ed inoltre la crisi in cui versa anche il settore giustizia comporta l’inidoneità della giurisprudenza a dare risposte certe ed univoche che facciano chiarezza piuttosto che aumentare la confusione. Così, le pronunce giudiziali si sovrappongono, confliggono tra esse, si smentiscono reciprocamente, non c’è più un orientamento unitario cui fare riferimento, né tra giudici di merito né tra quelli di legittimità. Ogni procedimento è una storia a sé. Il risultato è la totale incertezza del diritto.

Ci sarebbe da chiedersi, citando Seneca, cui prodest, a chi giova tutto ciò e, soprattutto, perché il ministero non interviene a sanare contrasti, illogicità e lacune ogni volta che se ne ravvisi l’esigenza, preferendo alimentare tale meccanismo infernale i cui costi sono, come sempre, fatti gravare sulla collettività?

L’auspicio è che le prossime consultazioni elettorali portino a significativi cambiamenti, che dopo il passaggio elettorale sia messa in atto un’azione legislativa di correzione dei tanti danni fatti, nell’interesse di tutti.

 

R. Ventura  F. Greco

 

 

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