Note & Interventi

Scuola e crocifissi

11/10/2003

di Alberto Giovanni Biuso e Dario Generali

1. La reazione alla sentenza del giudice dell’Aquila sulla questione all’esposizione del Crocifisso nelle aule di una scuola elementare appare davvero eccessiva, dato che è persino ovvio che non vengano esposti i simboli di alcuna fede religiosa negli edifici pubblici di uno Stato –come quello italiano- che non professi una religione ufficiale.

2. Lo stesso concetto di servizio pubblico presuppone che in esso non vi siano né discriminazioni esplicite che respingano alcuni cittadini in base alle loro convinzioni o alla loro condizione sociale, né situazioni, simboli od ostacoli impliciti che ne rendano difficoltosa o in qualche modo umiliante e sgradevole la fruizione.

3. Da un punto di vista cristiano (cattolico, protestante, ortodosso o altro) ci si dovrebbe piuttosto offendere dell’uso smaccatamente strumentale che esponenti politici di ogni tendenza stanno facendo del caso. Tanto più che fra questi politici ci sono persone corrotte, divorziate, adoranti Mammona e non certo il Dio Crocifisso.

4. Ogni fede, credenza, idea, ogni progetto etico, politico, esistenziale, religioso, compreso -ovviamente- il cristianesimo vanno profondamente rispettati come fatto privato. Ognuna di tali visioni della vita dovrebbe richiedere per sé la stessa libertà che è disposta a concedere alle altre e non pretendere –invece- di imporre erga omnes, sul piano pubblico, i propri simboli.

5. Non si può certo negare che i simboli cristiani abbiano per molti italiani un significato -anche antropologico- particolare ma la questione è che non devono averlo per lo Stato in quanto tale. La società civile non coincide con lo Stato; è una vecchia ma ancora utile lezione hegeliana.

6. Se è indubitabile che la storia e la cultura dell’Occidente si siano intrecciate con la riflessione e la visione del mondo cristiane e, per quel che ci riguarda, cattoliche, è però anche vero che questo è ormai fondamentalmente un dato storico e non appartiene più alla sensibilità di una larga parte della cittadinanza italiana contemporanea. Molte cose sono cambiate negli ultimi decenni, come è apparso evidente negli anni dei referendum sul divorzio e sull’aborto, che hanno fatto emergere l’esistenza di un paese laico e non più confessionale.

7. Notiamo con amarezza ma senza sorpresa che un secolo fa e ancor prima la classe politica italiana, pur governando ancora con lo Statuto albertino e non con la Costituzione repubblicana, oltre ad avere un ben altro livello culturale e morale, aveva anche, e forse per questo, una più chiara consapevolezza della laicità dello Stato. Il «libera Chiesa in libero Stato» di Cavour è ormai lontanissimo dalla teoria e dalla pratica politica. Vanno, invece, proliferando fanatismi di ogni genere e proprio per questo la formula cavouriana si mostra ancora assai attuale, al di là della questione (molto complessa) del Risorgimento. Una conferma sta proprio nella sentenza del giudice aquilano, il quale ricorda che il padre dei due bambini musulmani aveva ottenuto dalle maestre il permesso di appendere un «quadretto riportante un versetto della Sura 112 del Corano», quadretto che il direttore della scuola ha fatto subito rimuovere (pag. 2 della sentenza). E se ciascun credente di una qualsiasi fede formulasse lo stesso tipo di richiesta? Che cosa diventerebbero le scuole italiane? La sentenza, invece, afferma giustamente che «parimenti lesiva della libertà di religione sarebbe l’esposizione nelle aule scolastiche di simboli di altre religioni» (pag. 24) e lo fa dopo una ricostruzione anche storica delle vicende riguardanti la presenza di simboli religiosi nelle aule.

8. Il dibattito politico e giornalistico che è seguito alla notizia della sentenza si è concentrato sull’accettabilità o meno che lo Stato italiano e le sue istituzioni si lascino condizionare dalle esigenze di islamici extracomunitari, presenti nel nostro paese per loro necessità e spesso giunti in modo clandestino ed illegale. In tal senso la questione è stata percepita da buona parte degli strati più semplici della popolazione, che ha ritenuto inaccettabile, al di là delle proprie personali convinzioni, che a “dettar legge” in Italia fossero degli “ospiti”, spesso mal tollerati per i problemi procurati alla nostra società benestante dalla loro miserabile indigenza. Un punto di vista evidentemente del tutto inadeguato ed errato, che sembra non prendere affatto in considerazione la questione invece centrale della necessaria laicità dello Stato, a fronte della altrettanto fondamentale libertà privata di coscienza e di credo religioso di ogni cittadino.

9. La laicità dello Stato rappresenta oggi -in presenza di consistenti e agguerrite minoranze religiose come il nostro paese non ha mai avuto- un baluardo fondamentale degli aspetti migliori faticosamente conquistati dalla nostra civiltà. I valori di tolleranza e di libertà raggiunti dopo l’indicibile vergogna e carneficina delle guerre di religione, devono pertanto essere difesi a ogni costo se non vogliamo tornare, per contenere gli effetti devastanti dell’intolleranza istintiva degli uomini, al cuius regio, eius religio della Pace di Augusta del 1555.

 

Pulsante per tornare all'inizio