Note & Interventi

Il dito e la luna, appello alla responsabilità della politica

di Redazione

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita affinché tu possa dirlo”. È innegabile che la fortuna e la popolarità di questa asserzione sta, ancor più che nella potenza del suo significato, nell’attribuzione della frase a François-Marie Arouet, detto Voltaire, che, nel “secolo dei lumi”, fu uno dei più sicuri interpreti dei principi di libertà di pensiero e di tolleranza politica e religiosa.

Ciò nondimeno, com’è pacificamente acclarato, di questa frase non c’è traccia nell’opera del grande filosofo francese. Eppure, quando la si richiama, per rafforzarne l’effetto, spesso si continua ad attribuirla a Voltaire, in spregio alla realtà dei fatti, dato che quella frase compare nel 1906 in una biografia scritta da Evelyn Beatrice Hall, The Friends of Voltaire.

Così, nella recente polemica sull’intervista del Ministro Valditara, nelle sue parole non c’è traccia di minacce di sanzioni disciplinari nei confronti della dirigente scolastica per le affermazioni contenute nella sua lettera agli studenti.

Per averne riscontro, basta ascoltare l’intervista (ma quanti l’hanno ascoltata?). Alle incalzanti domande del giornalista “… le leggo la circolare che è stata diffusa da una preside della scuola pubblica che parla, diciamo, di quello che è successo, della rissa e la associa a una politica del governo dice: chi decanta i valori delle frontiere, quindi sovranismo, chi parla di nazioni e chi onora il sangue degli avi va chiamato col suo nome, si sottintende fascista, e senza illudersi che questo disgustoso rigurgito passi da sé. Ecco, disgustoso rigurgito lo associa anche al governo, a questo governo che gli italiani hanno eletto. Le sembra possibile che una preside della scuola pubblica si esprima così?” La riposta del ministro è chiara “È una lettera del tutto impropria. Mi è dispiaciuto leggere questa lettera agli studenti e alle scuole, innanzitutto perché non compete ad una preside nelle sue funzioni di lanciare messaggi di questo tipo. Perché il contenuto, francamente, è un contenuto che non ha nulla a che vedere con la realtà dei fatti. In Italia non c’è nessun pericolo fascista, non c’è alcuna deriva violenta o autoritaria. E poi voglio anche aggiungere che difendere le frontiere e ricordare il proprio passato o l’identità di un popolo non ha veramente nulla a che vedere con il fascismo o peggio, con il nazismo e quindi inviterei la preside a riflettere più attentamente sulla storia e sul presente.” Insiste, ancora, il giornalista “…  però se poi la preside fa quello che vuole e nelle scuole continua diciamo a circolare questa idea marcatamente politica, secondo lei è necessario intervenire oppure fa parte della libertà di tutti di esprimersi?” La risposta del ministro è “… se ci dovesse essere un comportamento (dunque non le affermazioni contenute nella lettera) che va al di là dei confini istituzionali e allora vedremo se sarà necessario prendere delle misure. Attualmente, non ritengo che sia necessario intervenire …” Poi, continua il ministro “… francamente di queste lettere non so che farmene sono lettere mi perdoni ridicole. Insomma, pensare che in Italia ci sia un rischio fascismo è semplicemente ridicolo …”.

Ma ciò è bastato a dare impulso alle solite estenuanti polemiche. Un déjà vu fin troppo noto, ogni qualvolta un fatto assurge agli onori della cronaca. Le solite orde di presenzialisti mediatici, già pronte, si attivano e parte il carosello. Così, la cronaca diventa occasione di passerella e nella vetrina della trasfigurazione mediatica i fatti perdono ogni ancoraggio alla realtà e tutti vengono additati a guardare il dito, su ciò che il mainstream vuole che il pubblico ponga la sua attenzione, mentre a piene mani si nasconde la luna.

Non sono più i gravi fatti di violenza a destare preoccupazione, né tanto meno le minacce al ministro, ma la deformata interpretazione delle parole, espresse in un passaggio dell’intervista televisiva del ministro che tra l’altro partiva con una domanda proprio sulle minacce da lui ricevute. Tuttavia, fugando ogni ipocrisia, non può non vedersi nelle considerazioni finali della missiva della dirigente scolastica la parte politica destinataria delle stesse, individuata non nella forma di espressione di un libero convincimento personale, ma nella specifica qualità della funzione ricoperta e sulla carta intestata dell’istituzione scolastica rappresentata.

Pertanto, non convince questa querelle ideologica nella quale è trascinata la scuola, mentre si nasconde ciò che oggi sono diventate le scuole, la deriva autoritaria che le è stata impressa da riforme scriteriate, di cui è chiara la responsabilità politica, che hanno sostituito la figura del preside (come molti, erroneamente, continuano a chiamare il capo di istituto) con una estrapolata dalla burocrazia (il dirigente scolastico). La nostra scuola, tanto per informare i soloni televisivi, non è più quella scuola in cui loro hanno studiato, non è più la culla della democrazia, del pensiero libero e del confronto democratico, ma sono divenute le scuole dell’”uomo solo al comando” che appaiono sempre più come delle moderne satrapie. Organizzazioni, di fatto, monocratiche incentrate sul ruolo e sulla funzione del dirigente scolastico, mentre è stato marginalizzato il ruolo degli insegnanti, spesso sottoposti a procedimenti disciplinari aberranti e pretestuosi (con provvedimenti istruiti, decisi ed applicati dal dirigente scolastico. Uno e trino, sic!), alcuni solo per aver espresso, anche nell’ambito di un organo collegiale (ove formalmente si dovrebbe essere alla pari), opinioni diverse o, come molti ricorderanno, per aver trasformato un foglio di carta in una barchetta. E tutto avviene nel silenzio dei sindacatoni, che tra l’altro hanno tra i loro iscritti anche i dirigenti scolastici (parte e controparte, datori di lavoro e lavoratori. Succede solo in Italia e nella scuola, sic!).

Per cui, richiamando il “mito della caverna” di Platone, si sta discutendo delle ombre, mentre la realtà, quella vera, è fuori dalla caverna. Anzi, è quella all’interno delle scuole.

Allora, ferma ed indiscussa la condanna del grave episodio di violenza, ma anche di ogni altra manifestazione di violenza, tanto più quando veste i panni di un passato che la nostra Repubblica ha ripudiato, non si può assistere passivamente al coinvolgimento della scuola in questa retorica e vuota contrapposizione di opposte fazioni. La nostra scuola ha bisogno di altro!

La politica non deve mai perdere la capacità di interpretare correttamente la realtà. Ed è sulla condizione reale della nostra scuola che abbiamo chiesto al ministro Valditara, sin dal suo insediamento, di gettare lo sguardo, facendo seguire, nei giorni scorsi, un documento in cui abbiamo elencato “gli interventi, a nostro giudizio, essenziali e prioritari, per riportare la scuola italiana nel suo alveo naturale, di istituzione democratica capace ancora di far immaginare un futuro desiderabile, dando ai giovani gli elementi cognitivi e gli strumenti scientifici per realizzarlo. Interventi essenziali, perché la democrazia è come l’abito per il monaco, così l’educazione ha bisogno di luoghi liberi ove poter respirare ogni giorno pratiche e valori democratici; prioritari, perché sugli assetti organizzativi poggiano i processi decisionali e i risultati dell’azione gestionale e didattica.”, auspicando e proponendo, nella conclusione di quel documento, un reale cambio di paradigma nell’organizzazione scolastica.

Prendiamo, dunque, le distanze da ogni strumentalizzazione, da qualunque parte provengano. La politica scolastica e chi intende occuparsi di scuola lo facciano con senso di responsabilità e con sincera volontà per migliorarne le condizioni.

LINK INTERVISTA MINISTRO VALDITARA

 

 

Pulsante per tornare all'inizio