Analisi & Commenti

I docenti unitariamente rappresentati. In Italia come in Europa

04/09/2003

di Sandro Gigliotti
Membro del Consiglio Nazionale della P.I.

Da febbraio a dicembre, il duemila della Scuola Italiana è stato un incalzante susseguirsi di avvenimenti. E all’interno di una situazione normativa e legislativa già di per sé magmatica ed incandescente (Autonomia, Cicli, ecc.), si è fatta definitivamente strada la consapevolezza che la prima questione a dover essere risolta è “la questione docente”. Ne ha preso coscienza certamente l’opinione pubblica (per la prima volta i media hanno affrontato il problema con adeguata oggettività), ne hanno preso coscienza probabilmente il Governo e l’intero ceto politico, ne ha preso coscienza, soprattutto (ed è questo il dato più rilevante) l’insieme della categoria, che ha mostrato un forte grado di compattezza nelle vicende degli scioperi. Chiunque li abbia indetti. Da questo livello nuovo di consapevolezza si dovrà partire per ragionare circa il futuro, avendo però cura di affrontare l’intero arco delle questioni, assai più complesse di quel che sembrano, senza lasciarsi andare a facili ottimismi, pena la perdita di aggancio con la realtà, e l’inevitabile caduta nel massimalismo e nella demagogia.
Schematizzo, qui di seguito, la serie dei momenti “caldi” di questo anno.
Il 17 febbraio il 37% degli Insegnanti sciopera contro il “concorsaccio”, perverso meccanismo che riduce un principio ed un obiettivo sacrosanti (il riconoscimento del “merito”) a quiz, burocrazia e dispense sindacali. Guida la protesta la Gilda, ma l’adesione a sciopero e manifestazioni coinvolge molto al di là dell’appartenenza alle organizzazioni.
Confederali e Snals, firmatari del contratto sono palesemente in difficoltà. Berlinguer, che si assume in prima persona la responsabilità dell’inviso istituto contrattuale, è costretto a rimangiarselo. Poco dopo, nel nuovo Governo, sarà sostituito. E’ indubbiamente un risultato di grande rilievo. Ma mentre i più avveduti comprendono che si è trattato di una grande mobilitazione “contro” un improponibile meccanismo, altri, quelli geneticamente ugualitaristi, e con la propensione fisiologica alla “rivolta”, parlano di sconfitta definitiva della meritocrazia e preconizzano la fine certa e addirittura prossima delle Organizzazioni Sindacali tradizionali.
Sbagliano, e l’autunno darà la misura dell’errore, pagato a caro prezzo.
In settembre, infatti, fatto tesoro della sconfitta, e approssimandosi le Elezioni per le RSU, parte infatti l’offensiva dei Confederali, che tengono il campo e i media per tre mesi, chiedendo aumenti di stipendio e contrattando direttamente col Governo le somme da stanziare in Finanziaria. Per recuperare l’enorme perdita di credibilità fanno voce grossa sul problema stipendiale; fanno ammenda degli errori passati; impongono una strategia, mentre fino alla primavera avevano subito quella della Gilda e del “movimento”. Un gioco delle parti quanto mai evidente ha allora inizio.
Il Governo manda in avanscoperta De Mauro, che parla di “stipendi di fame”, poi offre 650 miliardi, che subito dopo scemano a 450, per poi risalire a 650. E’ chiaro all’osservatore avveduto che l’intenzione è quella di arrivare attorno a 900, ma che si dà una sponda di protesta al sindacalismo tradizionale per bloccare i “movimentisti”.
Così i Confederali dopo anni di letargo appaiono come salvatori della Patria, e indicono scioperi a ripetizione. Nella trappola cadono Gilda e “movimento”, che si adeguano a quella logica, senza capire che l’acqua è portata al solo mulino degli altri.
L’accordo finale su 850 miliardi, che sono il vero “aggiuntivo” rispetto al resto del Pubblico Impiego (l’altro è costituito dall’inflazione programmata e dalle già stanziate somme del concorsaccio), segna la fine di una triste vicenda di strumentalizzazione premeditata da parte sindacale del disagio degli Insegnanti, costretti a scioperare tre volte per soli 200 miliardi aggiuntivi (14 mila lire nette), peraltro già preventivati dal Governo.
Tutti (tutti) hanno giocato sulla pelle (e sul portafoglio) degli Insegnanti, avendo tutti come obiettivo vero le Elezioni (il Governo quelle Politiche, e tutti i Sindacati quelle RSU). Ma, come sempre accade, qualcuno ha fatto bene i suoi conti, mentre altri pagano la loro insipienza politica. Così, quando qualcuno grida, dopo la firma dell’accordo, al “tradimento” e alla “svendita”, non può che constatare la sua oggettiva impotenza.
E i risultati del voto RSU offrono infatti (e per di più) la sorpresa di uno spaccato che in primavera sarebbe stato assolutamente inimmaginabile.
Vota più dell’80% del personale, a testimonianza del fatto che l’elezione è sentita come momento importante di “conta”. Nella quasi totalità delle scuole sono presenti liste “non confederali” (Snals, Gilda, Cobas, Unicobas, Ugl e altri), talché è possibile scegliere. Ma stravincono, in cifra assoluta (500.000 voti) , e in percentuale (62%) proprio i Confederali, con 10 punti percentuali in più rispetto alle elezioni del CNPI. In quest’ambito la fa da padrona la CGIL con un +6%; tiene bene la Cisl, e aumenta addirittura, la UIL, che in tanti ritenevano in via di estinzione.
Sull’altro versante, crolla lo Snals (-6%), sempre meno credibile se non come apparato burocratico, e, nella sorpresa di molti (che speravano o temevano sfracelli), Gilda e Cobas aumentano solo del 2%. Perché così limitato aumento a fronte di quello cospicuo confederale, che qualche roboante agitatore destinava invece a rovinosa sconfitta, foriera di rapido declino?
Abbozzo una prima, sommaria interpretazione, ma sono fermo nel ritenere che il dato politico su cui riflettere sia proprio questo, e che scuola e categoria abbiano molto da imparare da questa complessa vicenda annuale.
Detto dello Snals, che, persa ogni credibilità, visti i suoi continui cambiamenti di fronte e di atteggiamento, resta stancamente un Sindacato di consulenza, di apparato e gestione interna delle tessere, credo che del gran successo confederale si debba fornire una spiegazione “politica” e non riduttivamente “organizzativa”, come qualcuno già si accinge invece a fare ( le spiegazioni in chiave organizzativa portano sempre a perpetuare gli errori). Hanno contato infatti gli apparati, ha contato la diffusione sul territorio (ma il successo della UIL non è spiegabile in questa chiave), possono aver avuto peso altri fattori di tipo locale; ha certamente influito un sistema elettorale che li favoriva (non la UIL); ha contato il personale ATA ( che però ha dimensioni numeriche limitate). Tutto questo ha avuto un peso. Non tale tuttavia da spiegare un successo di queste proporzioni.
A mio parere siamo in presenza di un consenso confederale in parte frutto delle loro capacità , in parte dei limiti e degli errori dei loro concorrenti. In altri termini, frutto del fatto che l’odierna “complessità mutevole” della scuola italiana alcuni sanno interpretarla, altri no.
I Confederali appaiono ancora oggi, nonostante i loro misfatti storici, come quelli “che contano”, e contano, purtroppo, davvero, se si lascia loro lo spazio di manovrare. Sono oggettivamente capaci di adeguarsi, data la loro duttilità politica, ad una serie di situazioni diverse. E questo non vuol dire solo squallido “camaleontismo”. Evitano accuratamente la demagogia facile. Quando sono messi alle corde sanno non insistere negli errori (vedi concorsaccio), e sanno aspettare tempi migliori. Interpretano, soprattutto, la grande varietà di opinioni che oggi percorre il mondo degli Insegnanti, particolarmente in tema di riforme: disagio ma non avversione per l’Autonomia; preoccupazione ma non rifiuto dei Cicli; attenzione ai mutamenti di sistema; comprensione per una tendenza storica alle diversificazioni di funzioni e di stipendi, al problema del merito, seppure nella consapevolezza di una remunerazione generale comunque non adeguata all’importanza sociale della funzione docente, ecc . Questa capacità confederale di fare (almeno apparentemente) riferimento nei momenti cruciali, a pluralità di bisogni e sensibilità, fa sì che gli Insegnanti in larga misura si riconoscano, seppure a malincuore, in quella “parte sindacale”, ritenuta, tutto sommato, indispensabile, per ottenere “qualcosa”. E’ vero che così facendo, la docenza scolastica italiana impedisce a se stessa di volare alto, di trovare forme di aggregazione diverse, più europee, più moderne, più “professionali”, di uscire finalmente da uno stato di subordinazione cronica. Di sentirsi e rappresentarsi, in altre parole, proprio come “categoria”. Ma è anche vero che, evidentemente, manca ancora una vera alternativa di “Associazionismo”. Quella alternativa di “Associazione Professionale” che la Gilda ha interpretato per lungo tempo, ma che sembra invece oggi incapace di perseguire con coerenza, quasi risucchiata dalle logiche di “sindacato di base”.
Appiattirsi sull’unica parola d’ordine del “vogliamo più soldi”, e su un atteggiamento rigido di rifiuto di ogni elemento legislativo innovativo, com’era ovvio non ha pagato a sufficienza. Far propri slogan e modalità di comportamento dei Cobas, ha favorito, in fondo, solo questi ultimi. Ma mentre i Cobas sono l’anima ideologica e targata politicamente, si presentano in modo dichiarato sotto le vesti del bastian contrario, della demagogia delle richiesta, del movimentismo esasperato che ha come obiettivo prioritario l’ottenimento di risultati finalizzati ad una weltanshauung , e quindi un 2 % di aumento comunque li gratifica, vista la loro scelta storica di “opposizione”, per la Gilda la questione è diversa.
Alla Gilda (Federata con Unams, Cossma e Cisal) era assegnato il compito di cercare di guidare in modo intelligente, lucido, propositivo, ogni cambiamento possibile, tenendo ben presenti le tendenze della storia, anzi anticipandole, se possibile, in modo da far esplodere le contraddizioni del sindacalismo tradizionale, fino a che non si rendesse inevitabile una ricomposizione storica della docenza italiana (tutta), in un’unica Associazione Professionale su modello europeo.
Propositività in alternativa alla semplice contestazione; dialogo istituzionale in alternativo a rifiuto; diversificazioni in alternativa all’egualitarismo; forma associativa in alternativa alla forma sindacato; lucidità alternativa a rabbia; riformismo alternativo a rivoluzione, ecc. ecc. Questi i tratti del nuovo, che la Gilda sembra non riuscire a più perseguire negli ultimi tempi, per correre appresso ai massimalismi cobasiani. Col risultato di vedere le sue file ingrossare solo per l’apporto degli “arrabbiati”, i quali, peraltro giustamente arrabbiati sul piano economico, poco però possono offrire in termini di prospettiva “culturale” e qualità elaborativa. Da “guida” al nuovo, la Gilda corre il rischio di trasformarsi in inseguitrice dei più facili slogan, e in rigida sentinella di un modello scolastico che, oggettivamente, non c’è più. E non sarà qualche pur nobile intendimento gentiliano a riportarlo in vita.
Conclusa la stagione degli scioperi (inevitabilmente non infinita), è sui temi della modifica della riforma dei Cicli, su quelli della diversificazione della funzione docente, su quelli della “valutazione”, su quelli delle forme dell’Autonomia Didattica, che bisognerà misurarsi, lo si voglia o meno. Quale sarà allora la funzione e l’uso di quel 9-10% di rappresentatività della Federazione Gilda-Unams-Cisal? C’è il grosso rischio che venga congelato, reso inutilizzabile, ridotto a continua, sterile opposizione.
Per questo la preoccupazione è d’obbligo, oggi più di ieri, dopo questo risultato elettorale e in questo quadro complessivo. Il rischio che tutto resti come prima è fortissimo. E chi, come i collaboratori di questa rivista lo avverte assai presente, sa di doversi sobbarcare, a partire da subito, impegni non poco gravosi. C’è da definire concretamente, facendone rapidamente circolare la tematica nelle scuole, un “Codice Deontologico” di categoria. C’è da ricostruire una dimensione professionale, fatta di diritti, di doveri, di modelli di comportamento, di coscienza critica, di voglia propositiva, che prendano il posto di quelli “impiegatizi”, fatti di passività burocratica, tanto cari a Confederali , Snals e Cobas, gli uni ai fini di un miglior “controllo”, gli altri per ideologia. C’è da fare un’intelligente, paziente, lunga opera di convincimento del ceto politico, troppo spesso smanioso per astratte velleità palingenetiche ( la negazione del vero riformismo), ovvero incapace di assumere su di sé i gravosi e complessi (e poco redditizi sul piano della gestione del potere) problemi dell’Istruzione di questo Paese. Tanto dunque c’è da fare. Forse più di prima.
Ma lo spirito non manca, e il fatto che nuove Associazioni che hanno chiaro il percorso da seguire siano nate in questi ultimi tempi, assieme al lavoro di riviste e fogli illuminati, deve, comunque, far ben sperare

Pulsante per tornare all'inizio