Analisi & Commenti

Commento alla rassegna stampa 13 Novembre 2002

04/10/2003

di Alberto Giovanni Biuso
Direttore del Centro studi Dell’AND

La notizia certamente più importante di questi giorni riguarda l’approvazione in Senato della Legge delega per la riforma della scuola, il cui iter dovrebbe concludersi oggi con la votazione sul settimo e ultimo articolo. Una buona sintesi delle novità introdotte nel primo ciclo (elementari e medie) è fornita da Marco Ludovico sul Sole 24 ore del 9/11. Ne riportiamo qualche stralcio: «si afferma che la Scuola dell’infanzia (è la nuova denominazione) “riconosce, sul piano educativo, la priorità della famiglia e l’importanza del territorio di appartenenza”. (…) Per l’italiano, per esempio, si suggerisce tra l’altro di insegnare “le modalità per prendere appunti”, di “organizzare un breve discorso orale utilizzando scalette mentali o scritte” e di “ricercare le informazioni generali in funzione di una sintesi”. (…) Non vanno dimenticati i cosiddetti Obiettivi specifici di apprendimento per l’educazione alla convivenza civile: si tratta di fare educazione alla cittadinanza, stradale, ambientale, alla salute, alimentare e all’affettività. Quest’ultima è, in sostanza, l’educazione sessuale: si chiede esplicitamente di parlare del “significato della sessualità in funzione dell’amore, della fecondità”. (…) In terza classe si rafforza lo studio dell’italiano secondo quattro direttrici già fissate in prima media: ascoltare, parlare, leggere, riflettere sulla lingua (grammatica, sintassi, analisi logica). Si propone di fare “confronti tra testi e parole latine, lingua italiana, dialetti e altre lingue studiate”. Si potrà, inoltre, studiare ad hoc la lingua latina, inserita in un pacchetto di 200 ore annuali di materie facoltative che ogni scuola deciderà di attivare». Come si vede, nella proposta ci sono buoni spunti –fra i quali l’attenzione alla trasmissione di un metodo di lavoro rivolto al reperimento e all’utilizzo delle informazioni- ma permane anche l’idea molto demagogica della scuola come contenitore generale delle “educazioni” più diverse. E’ il principio dell’«insegnare male, insegnare tutto» che era già presente nella Riforma Berlinguer; non a caso, su Italia Oggi del 12/11 Alessandra Ricciardi titola il suo pezzo «Berlinguer ritorna nei cicli Moratti», anche a proposito del fatto che «il Parlamento ripesca l’integrazione tra scuola e formazione della legge sui cicli Berlinguer (…), le cosiddette passerelle». Tornando all’articolo di Ludovico, vi si legge che comunque «gli esperti che lavorano al progetto dicono: per carità, non chiamiamoli programmi, sono indirizzi che servono alle scuole e agli insegnanti per costruire in autonomia il loro piano formativo». Speriamo che sia così, poiché la vera autonomia è quella della didattica quotidiana, della possibilità di costruire percorsi educativi e culturali con le concrete persone che i docenti si trovano ogni giorno davanti.
Sempre a proposito della riforma, l’Avvenire del 10/11 ospita un’intervista e due articoli molto interessanti. Nella prima, Fabrizio Polacco ricorda che «la questione più urgente rimane l’insegnamento della storia. Non dobbiamo dimenticare che il decreto con cui Berlinguer modificò i programmi di questa disciplina sopravvive come un rudere all’interno delle nostre scuole. Me ne accorgo ogni giorno nel mio lavoro di insegnante, per esempio quando mi sento dire che il Sole gira intorno alla Terra. Vede, prima del decreto Berlinguer la teoria dell’eliocentrismo si studiava per ben due volte nel programma di storia: in epoca ellenistica con Aristarco e in età moderna con Galileo e Copernico. È per questo che, ancora di recente, noi del Prisma abbiamo invitato il ministro Moratti a intervenire con un altro decreto, che corregga una situazione che rischia di diventare incontrollabile». Nei loro articoli, il poeta Roberto Mussapi e lo storico Franco Cardini scrivono –il primo- di «apprezzare il ritorno alla recitazione a memoria dei versi, perché essa favorisce quell’ingresso nella fluvialità melica e metrica della voce che automaticamente fa comprendere la natura della poesia più di tante spiegazioni», e -il secondo- di condividere lo spazio dato «alla mnemotecnica, ingiustamente bersagliata da pedagogisti e insegnanti “progressisti” negli anni Settanta» ma invita anche a tenere maggiormente conto della «problematicità» della storia. In effetti, tutte le culture si sono costruite in origine sulla trasmissione orale della conoscenza e attribuire patenti di destra o di sinistra allo studio a memoria dei testi è semplicemente grottesco. Allo stesso modo, Aldo Zandi, sul Secolo d’Italia del 12/11, afferma che lo studio della sintassi non ha colore politico, tanto che lo stesso Don Milani sapeva bene che la conoscenza della lingua e il suo uso corretto costituiscono anche uno strumento di riscatto sociale. Certo, «insegnare grammatica e sintassi è più difficile che lasciar parlare e scrivere come capita» ma la rinuncia a questo specifico dovere della scuola costituisce una delle ragioni meno appariscenti e più sostanziali della sua crisi.
Il Corriere della Sera del 12/11 dà voce ai diversi pareri sulla riforma delle scuole medie inferiori di Antiseri, Arfé, Canfora, De Mauro e Sabbatucci. L’attenzione degli intervistati si concentra sulla questione dello studio del Novecento. Una delle posizioni più interessanti ci è parsa quella di Luciano Canfora: «si dovrebbero allungare di un anno i corsi delle medie superiori per dare spazio a letteratura, arte, scienza, filosofia, storia del secolo appena concluso… e farlo senza buttare via Dante. (…) La nostra scuola è ormai, temo, irriformabile. Un edificio si può abbattere e ricostruire, ma il sistema educativo no: vecchio e nuovo vanno insieme. Oggi il personale, diversamente dai principali paesi europei, è poco pagato e poco motivato, e mediocremente preparato dagli studi universitari. Ecco perché la macchina funziona male (…) Per metà del dopoguerra la sinistra ha continuato a chiedere di studiare di più il Novecento, per dare spazio alla vicenda del fascismo. Con la fine dell’Urss, le parti si sono invertite, e la stessa richiesta è venuta da destra sul comunismo».
Vorremmo, per chiudere, riferire brevemente di altre due notizie. Su Italia Oggi del 12/11 Elena Rembado fa la cronaca della presentazione di un «Quaderno dell’Associazione TreeLLLe presieduta da Umberto Agnelli» e dedicato al «miglioramento della qualità dell’education». Ci auguriamo, comunque, che la qualità della scuola italiana non sia modellata su quella della Fiat…
Sullo stesso numero Antimo Di Geronimo riassume i contenuti della C.M. n. 120 del 4 novembre scorso, che chiarisce finalmente la normativa sui «Docenti che frequentano corsi di dottorato di ricerca, o che siano titolari di borse di studio o di assegni di ricerca presso università o enti». In essa il Ministero stabilisce in modo preciso che «il congedo straordinario per il borsista è un diritto e non dipende da alcuna decisione discrezionale dell’Amministrazione (dirigente scolastico)» e ciò allo scopo preciso di valorizzare a tutti i livelli l’attività di studio e di ricerca, nella quale trova linfa e radici anche il quotidiano fare scolastico. Ci sembra, questa, una buona notizia, nella direzione di quella valorizzazione del merito e delle competenze culturali che rappresenta uno dei tratti distintivi dell’Associazione Nazionale Docenti.

Milano, 13 novembre 2002

 Prof. Alberto Giovanni Biuso
Direttore Centro studi Dell’AND

 

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