Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la scuola che verrà

di Redazione

Quattro articoli di Giovanni Carosotti  Rossella Latempa, pubblicati su www.roars.it, dedicano un’analisi approfondita al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – Missione istruzione e ricerca – e alle Linee programmatiche emanate dal Ministro Bianchi.

Il quadro che emerge è impietoso, “l’invasione di campo” di logiche che nella scuola non dovrebbero trovare spazio avranno pesantissime ricadute sui futuri cittadini che usciranno da una scuola che “produrr(à) soggettività flessibili, in linea con le richieste interessate degli stakeholders, che dovrebbero piegare la scuola alle loro esigenze, presentate però come se coincidessero con l’interesse generale del paese e degli studenti.”

Una prospettiva sconcertante e desolante, ciononostante, il tutto va avanti senza confronto democratico e consapevolezza sociale.


Privatizzazione e frammentazione: gli obiettivi del PNRR sulla scuola – Introduzione

Con questo post introduciamo l’analisi di alcuni tra gli aspetti più significativi dell'”ambizioso progetto di riforme” previste per l’istruzione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Ciò che più colpisce nel documento governativo in tema di scuola è la sua assoluta continuità con le riforme pre-pandemia. Anzi, il PNRR rappresenta la messa a sistema definitiva e la stabilizzazione di interventi e processi in atto da circa un trentennio. Nell’orizzonte del PNRR, l’istruzione e la ricerca devono consentire di “sviluppare un’economia ad alta intensità di conoscenza, competitività e resilienza”. E ciò si persegue, fondamentalmente: a) attraverso la riconfigurazione della professionalità degli insegnanti, intervenendo sui curricoli e sulle metodologie, e introducendo una nuova formazione in ingresso e in itinere connessa alla carriera professionale; b) attraverso l’istituzione di un meccanismo di standard centralizzato, basato su target di “competenze” misurabili definite e rilevate dall’INVALSI, tramite cui schedare periodicamente i risultati degli studenti, messi in relazione all’efficacia delle singole scuole. Intervenendo sui contenuti, sulla gestione e sul governo dell’istruzione, il PNRR ne rivoluziona di fatto l’assetto istituzionale, attuando quel decentramento e pluralismo educativo che le politiche neoliberali perseguono da anni. La posta in gioco è altissima: ed è il passaggio da un assetto scolastico di tipo statale e unitario, quello disegnato dalla Costituzione, ad uno territorializzato e basato su un’ibridizzazione pubblico-privato: la nuova scuola delle «comunità».  Un assemblaggio di realtà frammentate e differenziate che ben si adatta alle spinte localistiche dei progetti di autonomia differenziata.

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https://www.roars.it/online/privatizzazione-e-frammentazione-gli-obiettivi-del-pnrr-sulla-scuola-introduzione/

 


Un’invasione di campo: la didattica e le metodologie della scuola del PNRR – Prima parte

di Giovanni Carosotti Rossella Latempa

In questa prima parte dedicata all’analisi del recente Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – Missione istruzione e ricerca – e alle Linee programmatiche emanate dal Ministro Bianchi – ci dedichiamo a quella che potrebbe essere intesa come un’invasione di campo. Ovvero la pretesa di un documento concepito per indirizzare in modo razionale straordinari capitoli di spesa, di dover dettare la linea rispetto alla riforma della didattica e della metodologia d’insegnamento. Ovviamente, nella logica degli estensori del PNRR, tali tematiche avrebbero un immediato effetto sui destini dell’economia, e quindi non potrebbero essere ignorate da un piano d’azione politica che intende rilanciarla. È proprio la fondatezza di questo nesso che andiamo a discutere in questo primo contributo. Nonostante nel PNRR si ammetta l’eccellenza raggiunta in molti casi dal sistema scolastico italiano, esso prevede una radicale semplificazione dei percorsi d’istruzione, e un forte ridimensionamento di una preparazione teorica di spessore, premessa indispensabile per raggiungere risultati soddisfacenti in quell’attivismo pratico-laboratoriale orientato alle soft skills, che sembrerebbe essere destino esclusivo della nuova scuola. L’intento è un altro: produrre soggettività flessibili, in linea con le richieste interessate degli stakeholders, che dovrebbero piegare la scuola alle loro esigenze, presentate però come se coincidessero con l’interesse generale del paese e degli studenti.

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https://www.roars.it/online/uninvasione-di-campo-la-didattica-e-le-metodologie-della-scuola-del-pnrr-prima-parte/comment-page-1/#comment-73087


 

La subalternità degli insegnanti nella scuola del PNRR – Seconda parte

di Giovanni Carosotti Rossella Latempa

In questa seconda parte della riflessione dedicata all’esame del PNRR e delle Linee Guida del ministro dell’Istruzione, affrontiamo il tema di come si intenda conciliare la professionalità docente con la nuova scuola, tecnocratica e totalmente subordinata alle logiche economiche, in cui evidentemente non c’è bisogno di avvalersi della preparazione culturale e dell’autonomia di pensiero degli insegnanti. E che per piegarne la resistenza, in vista di una minorazione professionale del loro ruolo, prevede tre strategie. Innanzitutto: essenzializzare di molto la preparazione dei futuri docenti, attraverso una drastica semplificazione dei percorsi universitari, nei quali, stando alle intenzioni del PNRR, i primi tre anni sarebbero dedicati solo a una formazione di carattere generale. Ad una preparazione iniziale, presumibilmente di debole livello, farebbero poi seguito continui corsi di formazione, la cui gestione vede protagonisti soggetti istituzionali come INDIRE e INVALSI. Tali corsi, che immaginiamo concentrati su contenuti didattico metodologici, sarebbero poi agganciati ad una nuova progressione di carriera docente. Infine, una riforma degli organi collegiali finalizzata a porre termine a quel confronto collettivo e democratico concepito con i Decreti delegati e già depotenziato negli anni dall’ampliamento dei poteri dirigenziali e dagli adempimenti omologanti imposti dal Sistema Nazionale di Valutazione. Con buona pace dell’articolo 33 della Costituzione.

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Nelle mani dell’INVALSI e all’ombra dell’autonomia differenziata – Terza parte

di Giovanni Carosotti Rossella Latempa

Siamo alla terza ed ultima parte della nostra analisi delle riforme scolastiche previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e dalle nuove Linee programmatiche  del Ministero dell’Istruzione. Approfondiremo, qui, il nuovo ruolo che la valutazione centralizzata e standardizzata operata dall’istituto INVALSI sarà destinato ad assolvere. E cioè il ruolo di strumento di regolazione e misurazione di quelli che potremmo definire livelli essenziali di apprendimento di ciascuno studente, attraverso cui si intende trasformare radicalmente l’assetto istituzionale del nostro sistema di istruzione. Da una parte, infatti, il PNRR prevede per l’INVALSI nuovi compiti legati alla formazione e alla carriera professionale dei futuri docenti, anche attraverso la gestione della Scuola di Alta Formazione; dall’altra, le valutazioni standardizzate dei test INVALSI, che la prima bozza del  PNRR – Draghi intendeva esplicitamente ”rendere obbligatori”, diventeranno lo standard di apprendimento in campo educativo sulla base del quale stabilire la qualità delle scuole, per poi procedere con interventi specifici per gli istituti risultati inefficaci. Avanziamo allora un’ipotesi: tali interventi, nel solco delle politiche neoliberali attuate da decenni, non consisteranno certo nel dare di più a chi ha di meno, in termini di risorse e infrastrutture materiali, umane o culturali. I quadri di riferimento INVALSI e gli esiti nei test INVALSI diventeranno la cornice e lo standard della Didattica e della Valutazione di stato, in funzione dei quali commissariare o premiare le scuole. Consentiranno di definire quei livelli essenziali di prestazione in materia di istruzione, i LEP, rilevanti per la determinazione dei costi e fabbisogni standard con cui la politica potrà portare a compimento il processo di federalismo scolastico da tempo auspicato, che rappresenta il cuore della nuova stagione autonomistica, inaugurata paradossalmente proprio nella fase dell’emergenza pandemica e in nome della lotta alle disuguaglianze territoriali. Una stagione che dai patti educativi di comunità ci condurrà dritti alla scuola delle autonomie differenziate.

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