Cyber Education e nuovi contesti pedagogici

 

“Cyber Education e nuovi contesti pedagogici” è il titolo dell’intervento tenuto da Mario Caligiuri, professore di pedagogia della comunicazione dell’Università della Calabria, al convegno nazionale sui “30 anni dopo la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Quale pedagogia per i minori?”, promosso dalla Società Italiana di Pedagogia e realizzato a Palermo il 24 e 25 ottobre 2019. Il testo del prof. Caligiuri è molto interessante e ricco di molteplici spunti di riflessione pedagogici, antropologici e sociologici, ma la mia attenzione è stata catturata da alcune affermazioni che mi coinvolgono professionalmente. Insegno nella scuola dell’Infanzia statale da molti anni (trentaquattro, per l’esattezza) e il contenuto nel paragrafo dedicato alle responsabilità educative mi trova concorde soprattutto laddove Caligiuri cita quanto emerso dallo studio sulla correlazione fra l’ambiente linguistico domestico e lo sviluppo cognitivo, l’alfabetizzazione e le abilità verbali che i ricercatori statunitensi Hart e Risley pubblicarono nel 1995. I due studiosi affermano che “ogni attività educativa è rivolta al futuro, in particolare nella prima fase dell’esistenza. Infatti, le capacità cognitive si formano nei primi tre-quattro anni di vita, anche in base alle parole che vengono ascoltate. Ed è qui che si realizza la “prima catastrofe” che mette in luce le inevitabili distanze sociali di partenza tra le persone. Infatti, nei primi tre, quattro anni di vita i figli delle famiglie ricche ascoltano circa 48 milioni di parole, mentre i figli delle famiglie povere intorno a 13 milioni: il resto è una conseguenza”. È compito della scuola cercare di ridurre le diseguaglianze, afferma Caligiuri: compito arduo, però, perché le giovani generazioni utilizzano il web come elemento educativo prevalente, ponendo l’istruzione in secondo piano. Ecco. I ragazzi e i giovani ricorrono al web che permea così ogni aspetto della loro vita…ma non i bambini, o almeno non ancora, e non in maniera massiva! Ripartiamo dunque da loro. Sì, proprio da quei bambini di tre - quattro anni che hanno bisogno di ascoltare tante parole, parole che fanno la differenza anche per consentire, come asserisce Caligiuri, un’autentica mobilità sociale, permettendo ai figli delle famiglie più deboli e delle aree territoriali più svantaggiate, di poter utilizzare il tempo dello studio per attenuare i divari di partenza. A tre - quattro anni i bambini possono frequentare la scuola dell’Infanzia dove, attraverso percorsi formativi che abbracciano ogni aspetto della loro personalità, sviluppano l’identità, l’autonomia e raggiungono traguardi di sviluppo delle competenze in ambito linguistico - espressivo, logico e della scoperta, relazionale e nell’educazione civica. Arrivano dalla famiglia con competenze linguistiche differenziate e sviluppano nuove capacità quando a scuola “elaborano e condividono conoscenze” (I.N. 2012). Nella scuola dell’Infanzia si esplora la lingua parlata e scritta, si dialoga, si ascolta, si descrive, si sperimenta la lettura ad alta voce da parte dell’adulto, si incontrano libri ed albi illustrati, si vivono importanti situazioni comunicative ricche di significato. E le parole, quelle che mancano ad alcuni perché figli di contesti socioeconomici e culturali assenti rispetto alla familiarità con le diverse modalità di interazione verbale, nascono! Nascono, e concorrono allo sviluppo del pensiero logico e creativo. Ho scritto “possono” frequentare la scuola dell’Infanzia ma vorrei tanto poter dire “devono”: tra le scelte politiche educative di alto respiro auspicate dal prof. Caligiuri, sarebbe davvero il caso di inserire l’obbligatorietà della scuola dell’Infanzia.

 “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo è lui il padrone”. Don Milani

 

Marina Castelli
Presidente Sezione AND Latina, pedagogista

Allegato testo dell’intervento