Novembre 30, 2022

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La cruna dell’ago. Educazione e diseguaglianze tra giustizia sociale, democrazia e individualismo all’inizio del XXI secolo

 

Prof. Mario Caligiuri, Professore straordinario all’Università̀ della Calabria, dove insegna Pedagogia della comunicazione.


The Eye of the Needle.

Education and inequalities between social justice, democracy and individualism at the beginning of the 21st century

 

Abstract

Nowadays, education can only partially build democracy and more importantly invest on social distances in the long term whereas new technologies encourage individualism not addressed to personal cultural investment but to unproductive participation. The latter is actually useless in the power relationships, since it produces illusions, considering that it consolidates and exasperates them. It is hard to understand what to pay attention for, therefore true power is the ability to know what to ignore. Finding solutions is not easy because it is like walking through the eye of a needle. It consequently needs to believe in quality education as a bulwark to an uncontrolled development. Here, artificial intelligence can be both an opportunity and an undeniable danger. It requires the possession of the appropriate language to describe and understand the reality in order to put education at the centre of the debate. It is an essential precondition of political and social strategies of the XXI century democracy.

 


Oggi l’istruzione solo in parte riesce a costruire la democrazia e soprattutto a invertire nel lungo periodo le distanze sociali, mentre le nuove tecnologie incentivano un individualismo che non si traduce nell’investimento culturale su sé stessi ma in una sterile partecipazione che non incide sui rapporti di forza nella società, anzi li consolida e li esaspera, producendo illusioni. È difficile capire a cosa prestare attenzione per cui il vero potere è essere in grado di sapere cosa ignorare. Trovare soluzioni non è certamente facile perché è come passare dalla cruna di un ago. Appunto per questo occorre credere nell’educazione di qualità come argine a uno sviluppo senza controllo, in cui l’intelligenza artificiale potrà rappresentare un’opportunità ma anche un innegabile pericolo. Occorre quindi possedere il linguaggio più adatto per descrivere e comprendere la realtà in modo da porre l’educazione al centro del dibattito culturale, come indispensabile premessa delle strategie politiche e sociali della democrazia del XXI secolo.


Keywords

General Pedagogy, Social Pedagogy, Inequality, Neuroscience, Collective Intelligence.

Pedagogia generale, Pedagogia sociale, Disuguaglianze, Neuroscienze, Intelligenza collettiva.


 

Premessa

Oggi, più che ricordare, oggi occorre dimenticare. Più che avere accesso alle informazioni, c’è bisogno della capacità di individuare quelle rilevanti. Più che orientare la comunicazione, occorre perseguire la giustizia sociale. Più che ottenere conoscenza bisogna costruire una maggiore democrazia. Più che a legami virtuali, occorre tendere a un reale allargamento mentale della nostra personale visione del mondo. Tutte queste inversioni di senso pongono un problema primario rappresentato dall’educazione, inteso come processo fondamentale per la persona nel comprendere la realtà. Attualmente l’istruzione solo in parte riesce a costruire la democrazia e soprattutto a invertire nel lungo periodo le distanze sociali (Barone, Mocetti, 2015), mentre le nuove tecnologie incentivano un individualismo che non si traduce nell’investimento culturale su sé stessi ma in una sterile partecipazione che non incide sui rapporti di forza nella società, anzi li consolida e li esaspera, producendo illusioni (Han, 2015). Ai dislivelli cognitivi ed economici di partenza, si aggiunge la diversità del processo educativo caratterizzato da una pedagogia alta e da una pedagogia bassa, che inevitabilmente allarga le diseguaglianze. Sotto alcuni aspetti, per “fornire nuovi concetti alle funzioni pedagogiche […] potremmo sostenere che la pedagogia alta è quella riservata alle classi dirigenti, attraverso le scuole e gli atenei di élite, soprattutto privati. La pedagogia bassa, invece, potrebbe essere assimilata a gran parte del sistema educativo pubblico che produce risultati di qualità non elevata”. (Caligiuri, 2018a, p. 124). É la fine della pedagogia? Di una certa pedagogia senz’altro (Massa, 1987). Analogamente alle profezie sulla morte del marxismo, che oggi dimostra invece la sua parziale validità (Fusaro, 2009), anche la pedagogia potrebbe essere più vitale che mai, se orientata verso la giustizia sociale, che si persegue dapprima con la comprensione della realtà e quindi con la riduzione delle diseguaglianze reali (R. Wilkinson, K. Pickett, 2009; E. Ferragina, 2013). Tutto questo provoca l’instabilità lavorativa ed esistenziale che identifica “la nuova classe esplosiva” nel precariato (Standing, 2012), che rappresenta una cartina al dell’insufficienza dei tradizionali modelli di istruzione. Probabilmente c’è bisogno di una pedagogia radicale, aggiornando le intuizioni sviluppate, tra gli altri, negli Stati Uniti da Peter Mayo (Mayo, 2016; Mayo, Vittoria, 2017), in America latina da Paulo Freire (Freire, 1971) e in Italia da Giovanni Maria Bertin (Bertin, 1964, 1969, 1973, 1974, 1976) che, pur a volte con visioni astratte, e con accenti diversi, hanno posto al centro la persona in relazione con la giustizia sociale più che con lo sviluppo economico. E proprio oggi l’indebolimento della democrazia, causato dall’inadeguatezza della propria rappresentanza, è direttamente collegato con il problema educativo, entrambi segnati dall’emergenza della disinformazione, dalla quale, a cascata, derivano probabilmente gran parte delle altre questioni. Sostiene, infatti, Yuval Noah Harari: “In passato, la censura operava bloccando il flusso di informazioni. Nel XXI secolo la censura opera inondando la gente di informazioni irrilevanti. Noi proprio non sappiamo a che cosa prestare attenzione, e spesso spendiamo il nostro tempo a indagare e a discutere su questioni marginali. Nei tempi antichi deteneva il potere chi aveva accesso alle informazioni. Oggi avere potere significa sapere cosa ignorare” (Harari, 2017, p. 603). Trovare soluzioni non è certamente facile perché è come passare dalla cruna di un ago. Appunto per questo occorre credere nell’educazione di qualità come argine a uno sviluppo senza controllo, individuando il linguaggio più adatto per descrivere la realtà in modo da porre l’educazione al centro del dibattito culturale e quindi delle strategie politiche e sociali.

1. Limiti della pedagogia e delle politiche educative

Nel dibattito pubblico, tranne poche eccezioni, difficilmente viene data voce ai pedagogisti, finanche negli ambiti più strettamente relativi all’istruzione. Per esempio, in una collana di una delle case editrici più importanti del nostro Paese, la voce “educazione” è stata compilata da un sociologo dei processi culturali e delle religioni (Garelli, 2017). Questa circostanza, sotto certi aspetti, dimostra l’approccio intersettoriale della materia come conferma anche il volume sul futuro dell’istruzione umanistica di Claudio Giunta, che insegna letteratura italiana e che argomenta una severa critica alle scienze pedagogiche. In tale contesto, l’autore fa riferimento a testi pedagogici in cui il linguaggio “viene adoperato non per descrivere la realtà ma per eluderla” (Giunta, 2017, p. 253 e ss.). Tutto questo comporta conseguenze sui futuri insegnanti e quindi su quanto verrà trasferito agli studenti. Questo significa che noi pedagogisti dobbiamo riflettere a fondo sul significato, gli esiti e i contenuti del nostro lavoro scientifico (Burza, 2005, pp. 95-115). Sotto alcune prospettive, la pedagogia potrebbe oggi rappresentare più che mai un punto di incontro per le scienze umane in direzione anche di tutte le altre, per orientare in modo unitario la formazione della persona. Infatti, ogni tipo di trasmissione della conoscenza richiederebbe competenze pedagogiche. Il dibattito sui saperi necessari al XXI secolo (Morin, 2001), ci invita a riflettere sulle cause profonde del mutamento sociale, poiché l’avvento dell’intelligenza artificiale provocherà la trasformazione di tutti lavori, compresi quelli intellettuali. Tutte le professioni verranno profondamente trasformate e alcune scompariranno mentre quelle del futuro ancora non sono state inventate. In tale scenario, sembra inadeguata anche la skill strategy dell’OCSE relativa alle politiche sull’educazione, in quanto non considera la velocità e l’intensità di queste trasformazioni. D’altro canto, anche alcune tendenze pedagogiche per superare le disuguaglianze, come quelle del capability approach, non si dimostrano in grado di assicurare risposte appropriate alle reali necessità educative di questo tempo. Oggi, infatti, bisognerebbe perseguire la qualità della vita e la sostenibilità dei processi di sviluppo, ponendo al centro le persone e l’ambiente, attuando principi morali (Sen 2008; Nussbaum, 2012). Infatti, il capability approach è considerato un metodo etico e normativo che promuove lo sviluppo umano, per rendere più equi i sistemi sociali e istituzionali. Sono temi in gran parte ideali: l’eticità è figlia del tempo e quindi varia a seconda delle epoche e della cultura, diversificandosi nelle diverse aree del mondo; l’aspetto normativo si sostanzia attraverso le leggi, che vengono dettate da parlamenti che replicano le logiche economiche dei più forti; il benessere nel mondo tende ad aumentare insieme alle diseguaglianze; la povertà si riduce nei Paesi in via di sviluppo ma aumenta in quelli industrializzati; in progresso umano è caratterizzato dalle tecnologie digitali e dall’Intelligenza artificiale, unendo alle innegabili opportunità ma anche gli inevitabili rischi. In definitiva, “la giustizia dei sistemi sociali e istituzionali” appare sempre più inapplicabile con la decadenza dell’idea di democrazia, che è pur indispensabile perseguire. Le strategie inclusive dell’Unione Europea, seppur hanno prodotto risultati apprezzabili, già nel breve periodo rischiano di essere evanescenti in particolare sulla giustizia sociale, perché la dimensione economica è quella prevalente poiché il cittadino è inteso di fatto come consumatore. Ragion per cui, il riconoscimento dei diritti, come quelli civili, alla privacy e al lavoro, rimangono ampiamente sullo sfondo.

 

2. Le neuroscienze per l’educazione

Di fronte alle evidenti difficoltà delle politiche pubbliche nel garantire sicurezza, benessere e diritti effettivi ai cittadini, l’educazione si conferma come lo strumento principale per invertire la tendenza. Si è pienamente consapevoli che i tempi della formazione non sono brevi e che pertanto stridono con il necessario adattamento dei sistemi sociali necessari dalla velocità sempre maggiorie dei mutamenti. E poiché la mente non è un vaso da riempire ma una scintilla da accendere (Plutarco, 2004), occorre approfondire come oggi i nativi digitali apprendano e come le informazioni arrivino al cervello e da esso vengano elaborate, determinando il modo di agire delle persone (Prensky, 2013). Infatti, l’apprendimento determina l’assunzione di un comportamento che dipende dal funzionamento del sistema nervoso e in particolare dalla memoria (Hilgard, Bower, 1966). Il sistema nervoso elabora strategie di sopravvivenza che sono sempre più decisive nella fase attuale in cui si sta verificando una sorta di ibridazione tra uomo e macchina. Pertanto, lo studio delle neuroscienze dovrebbe essere prioritario nella formazione di un educatore. Non a caso, negli Stati Uniti opera del 1969 la Society for Neuroscience anche per promuovere tra i docenti delle scuole pubbliche l’utilizzo delle neuroscienze nelle pratiche di insegnamento, oltre che rendere consapevoli la società e le istituzioni pubbliche dei benefici che derivano da un approfondita conoscenza di queste discipline (www.sfn.org). Allora, acquisire competenze più ampie sulle modalità di funzionamento del cervello porterà trasformazioni epocali, che potrebbero segnare in modo decisivo l’andamento del futuro (Pepperberg, 2010, p. 131). In relazione ai saperi da utilizzare in modo approfondito nel lavoro educativo, sostiene Mario Gennari: “La pedagogia generale ha una consolidata tradizione di rapporti con le scienze umane, alle quali del resto appartiene […]. Nel futuro vi sono le grandi aree delle bioscienze, delle neuroscienze, delle tecnoscienze. Questi ultimi sistemi di saperi pongono la ricerca pedagogica in un nesso ordinato di collegamenti con gli indirizzi di ricerca che si rifanno alle scienze cognitive, alla neurologia e alla neurocomunicazione per lo studio del sistema nervoso umano, così come alle tecnologie applicate alla vita, ai comportamenti appresi, all’uso dell’informatica finalizzato alla conoscenza. Senza alcuna preclusione, la ricerca pedagogica può integrarsi con questi e altri settori delle scienze umane e naturali consapevole di apportare il contributo delle proprie conoscenze a proposito della formazione e dell’educazione dell’uomo, ma convinta di ricavare supporti insostituibili e non più ignorabili per le sue ricerche” (Gennari, 2006, p. 129).

 

3. La possibilità dell’intelligenza collettiva?

Con oltre metà della popolazione mondiale collegata via internet, i legami sociali diventeranno più deboli, con la parvenza della partecipazione (Bauman, 2000), o più forti attraverso l’intelligenza collettiva (Mulgan, 2018)? In ogni caso, la Rete ha sviluppato, e sta portando al parossismo, quella società del narcisismo ipotizzata quasi quarant’anni fa dal sociologo Christopher Lasch con l’individuo che, per sfuggire alla banalità dell’esistenza, si identifica nei propri idoli e simboli, poiché ritiene che “dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’” (Lasch, 1979, p. 19). Si tratta di un modo di essere che rappresenta non solo individualismo, ma anche l’evasione dal quotidiano, oggi in una continua simbiosi tra reale e virtuale, dove vita e web si aggrovigliano sempre più inestricabilmente, in uno scenario inedito dove le giovani generazioni vivono un eterno presente, senza cogliere il senso profondo della responsabilità delle proprie azioni (Iaquinta, 2014, p. 46). Sostiene a proposito Yuval Noah Harari: “Gli algoritmi che elaborano i Big Data potrebbero instaurare dittature digitali in cui tutto il potere è concentrato nelle mani di una minuscola élite mentre la maggior parte delle persone soffre non tanto per lo sfruttamento, bensì per qualcosa di gran lunga peggiore: l’irrilevanza” (Harari, 2018, p. 12).

Il tema, infatti, sarà radicalmente diverso: “alla lunga il problema non sarà stabilire chi o come, di volta in volta, debba comandare, ma chiedersi se, e in tal caso come mai, qualcuno sarà ancora disposto ad obbedire” (Azzolini, 2017, p. 161).

Questa forma di legittima difesa da parte dei popoli superflui richiede però una consapevolezza culturale che non può che derivare dall’educazione Di conseguenza, occorre evidenziare l’inganno della disinformazione con istituzioni pubbliche sempre meno rappresentative (Beck, 2000, p. 320) dove gli eletti vengono individuati attraverso procedure in cui le candidature si ottengono con i legami personali e campagne mediatiche e non con il consenso reale dei cittadini. Da un lato, si evidenzia il fenomeno delle cosiddette democrazie mafiose (Gentile, 2005) e dall’altro la strutturale prevalenza dei poteri finanziari su quelli politici (Galli, Caligiuri, 2017).

Allora, nella società della disinformazione gli spazi di riflessione sono sempre di meno e il pensiero critico viene disincentivato, tramite l’aumento del benessere materiale basato sul consumismo (Bauman, 2007) e la riduzione della qualità dell’istruzione pubblica (Ralston Saul, 1999, pp. 72-74).

La professione di insegnante, pertanto, diventa sempre più problematica: per le responsabilità sociali, per il percorso di formazione, per i metodi di selezione, per l’inadeguatezza dei programmi, per la visione di chi li sovrintende. Alla luce di queste considerazioni, si conferma la necessità di formare figure di pedagogisti e docenti che siano innanzi tuto intellettuali.

La convivenza umana si realizzerà in un contesto in cui l’interscambio tra l’uomo e le tecnologie sarà sempre più intenso. Sullo sfondo c’è una società ulteriormente atomizzata dove non si può più educare con i dominanti modelli standardizzati dell’Ottocento. Sostiene Yoshua N. Harari che “agli insegnanti manca la flessibilità mentale che il XXI secolo richiede, perché sono anche loro un prodotto del vecchio sistema educativo”. (Harari, 2018, p. 387).

Una delle prospettive possibili potrebbe essere quella dell’intelligenza collettiva? Con la definizione di intelligenza collettiva non si può solo identificare la collaborazione on line tra le persone ma anche la trasmissione della cultura della civiltà umana, che avviene in modo inevitabilmente parziale e imperfetto, attraverso i percorsi formali di istruzione.

In questo quadro, argomenta Geoff Mulgan, “l’intelligenza collettiva è la capacità dei gruppi di prendere decisioni assennate – scegliere cosa fare e con chi – combinando le capacità umane e quelle delle macchine” (Mulgan, 2018, p. 281). Lo studioso sostiene inoltre che “la diffusione di internet e, parallelamente, degli strumenti di analisi, ricerca e memorizzazione ha enormemente potenziato la capacità di pensare del mondo. L’investimento in intelligenza collettiva, però, è molto maggiore in ambiti concorrenziali che in quelli cooperativi […] applicare l’intelligenza collettiva alle sfide globali, dal cambiamento climatico, alla prevenzione di pandemie, dalla soluzione dei problemi della disoccupazione alle questioni legate all’invecchiamento (Mulgan, 2018, p. 282).

In tale quadro, le università sono chiamate a una grande sfida. Le nostre istituzioni secolari sono adesso fortemente insidiate da una serie di contesti che producono sapere e lo veicolano in modo rapido e sempre più esteso attraverso il web. Una nuova ragion d’essere potrebbe essere porsi al centro delle reti di pensiero dell’intelligenza collettiva. Non più, quindi, trasmettere la conoscenza ma assemblare in modo intelligente le informazioni e le intuizioni rilevanti, da qualunque parte provengano. Prendendo coscienza che i saperi accademici non sono certamente più rilevanti degli altri, diventa fondamentale promuovere opportunità e mobilità sociale organizzando con impegno “la descrizione delle abilità e delle competenze [che possano] facilitare il reperimento delle persone utili alla soluzione dei vari problemi” (Mulgan, 2018, p. 215). E questo per evitare l’alternativa che a decidere potrebbe presto essere un algoritmo al posto dell’uomo. Pertanto la condivisione della conoscenza potrebbe essere fondamentale per la costruzione di una società umana basata sulla cooperazione per risolvere i problemi globali. Tutto questo riporta al centro l’indispensabilità della funzione educativa.

 

 4. Qualche ipotesi per l’educazione che verrà

“Nell’educazione ogni cosa succede cinquant’anni più tardi” (Gravemeijer, 2012, p. 30), poiché quello che saremo domani lo stiamo decidendo già oggi. Nel nostro Paese, la qualità educativa è stata appunto segnata, in positivo e in negativo, da quanto accaduto alla fine degli anni Sessanta, che ha determinato una sorta di “facilismo amorale” che, per molti aspetti, ha allargato le distanze sociali con l’illusione di ridurle (Caligiuri, 2018b).

Al centro vanno poste le esigenze concrete della persona e non le ideologie e i principi teorici. Rileva pertanto Yoshua Noah Harari che “di certo sette miliardi di individui hanno sette miliardi di programmi” (Harari, 2018, p. 8), ma l’irripetibilità di ogni vita si scontra con l’irrilevanza delle moltitudini anche dal punto di vista della necessità sociale dell’educazione (Caligiuri, 2018c). A dare le indicazioni prevalenti sono, infatti, ristrette élite finanziarie globali che di fatto, attraverso le principali aziende che monopolizzano internet, controllano anche i progressi dell’intelligenza artificiale. La principale libertà sembra essere quella di consumare, condizione alimentata da algoritmi sempre più sofisticati che anticipano i desideri delle persone. Pertanto la principale funzione dell’educazione sembra addirittura ridursi a come recepire prontamente gli stimoli indotti dalla propaganda per l’acquisto di beni e l’assunzione di stili di vita finalizzati al consumo. Dovremmo affidarci alla “razionalità” dell’intelligenza artificiale? Oppure agli umani plus-dotati? Oppure dovremo preoccuparci essenzialmente della salute del pianeta? Tutti temi decisivi, ai quali si aggiunge la necessità dell’integrazione in un mondo globalizzato.

A questo riguardo, occorre chiedersi se abbia ancora un senso la pedagogia interculturale. Gli esiti dei processi possono essere imprevisti, attraverso il meticciato e la creolizzazione (Caligiuri, 2008, pp. 47-50). Da un lato alcuni hanno notato il fallimento del multiculturalismo in Europa, che non ha prodotto l’integrazione auspicata (Malik, 2016) mentre altri ritengono che in “un mondo saturo di educazione digitale [è possibile] l'accesso a una multiculturalità più profonda” (Kays, 2014, p. 66).

 In ogni caso, è importante affrontare come il rapporto tra giustizia sociale, individualismo e democrazia trovi attualmente riscontro nella pedagogia interculturale, richiamando la madre di tutte le domande: è davvero possibile l’integrazione? Una possibile risposta in chiave pedagogica potrebbe essere rappresentata da quei sistemi sociali che creino meccanismi che favoriscano il dialogo, integrino le diversità le culture mantenendo però la consapevolezza della propria cultura (Dawson, 2012) e che dispongano di efficaci impianti educativi, sia sociali che legati all’organizzazione specifica dell’istruzione.

Si tratta di attraversare un momento difficile nella storia dell’umanità avendo a disposizione pochissimi spazi di manovra, poiché nessuno davvero sa dove ci stiamo dirigendo con così grande fretta. In questo necessario tentativo di comprensione della effettiva direzione dei fenomeni sociali, è indispensabile essere accompagnati da docenti predisposti al compito. Certamente chi insegna ha una funzione sociale oggi ancora più importante per creare una scuola che premi il merito ma che tenga anche conto delle esigenze della democrazia, la quale, con limiti ancora più evidenti, rimane pur sempre non solo la meno imperfetta tra le forme di governo ma anche la meno imperfetta forma di giustizia sociale (Caligiuri, 2018d, p. 29). Non per nulla, oggi la sfida decisiva è posta dall’intelligenza artificiale, che determinerà l’organizzazione sociale e modificherà profondamente tutte le professioni, facendone scomparire tantissime e nascere tante altre.

L’impegno della pedagogia deve ripartire dalla comprensione delle parole, per trovare quelle in grado di descrivere le trasformazioni sociali, poiché non disponiamo dei concetti per comprendere e per descrivere molti di questi mutamenti, intrepretandoli con categorie e parole superate.

Di conseguenza, secondo alcuni, le crisi economiche odierne non sono altro che la manifestazione evidente di un “cedimento linguistico” (Appadurai, 2016). Infatti, è compito dell’educazione affrontare la sfida di “come evitare di affogare in un mare di dati e di essere assordati dal rumore delle troppe informazioni irrilevanti; come utilizzare le tecnologie per potenziare le nostre menti anziché per costringerle a seguire percorsi prevedibili” (Mulgan, 2018, p. 4).

Occorre quindi un innalzamento complessivo delle capacità di pensiero della popolazione in modo che tutti siano chiamati a farsi carico del bene comune: ma occorre soprattutto che le élite perseguano l’interesse nazionale (Caligiuri, 2008) perché nella storia non c’è mai stata altra forma di potere se non quella oligarchica (Bobbio, 1990, p. 293). Il rischio oggi è che élite sempre più ristrette concentrino su di sé sempre maggiori funzioni, rischiando di accentuare in modo irreversibile le diseguaglianze e le ingiustizie sociali.

Occorre questa consapevolezza poiché “in un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere” (Harari, 2018, p. 7). Probabilmente è questa la vera tendenza del futuro. Va inoltre, considerato che le modalità di divertimento più offerte ai giovani e da essi maggiormente richieste – musiche, discoteche, sostanze stupefacenti – determinino appunto la capacità di essere lucidi, attivi e critici rispetto all’inondazione dei dati. È l’inevitabile conseguenza dei fenomeni sociali, l’effetto della propaganda oppure altro?

 

Conclusioni

Servono le ideologie per interpretare il mondo? Occorrono piuttosto filosofie del pensare diversamente: lo confermerebbero i fallimenti delle grandi narrazioni del fascismo, del comunismo e del liberalismo (Harari, 2018, pp. 19-23). Occorre una visione realistica poiché il capitalismo reale sta determinando ancora maggiori ingiustizie del socialismo reale. Nell’unicità della vita, riacquista vigore la lezione deweyana per realizzare una maggiore giustizia sociale individuando nella democrazia l’ideale etico definitivo. Pertanto, sono indispensabili nuovi modelli didattici e formativi, ma chi li pensa e per chi? Cioè chi si pone il problema dell’educazione in funzione delle esigenze presenti e di quelle future? E poi: abbiamo veramente chiaro chi sono gli studenti che ogni giorno abbiamo di fronte quando facciamo lezione? Il nodo dei docenti sembra quello più delicato, richiamando un tema analogo a quello che Platone pone per i controllori: chi forma i formatori? Ne discende che scuola e università di massa oggi siano in affanno nella formazione di tutte le professioni, comprese (o, forse, a cominciare) da quelle educative. Si ravvisa, pertanto, l’urgenza della ricerca pedagogica, poiché i luoghi educativi diventano sterminati campi di sperimentazione. Di conseguenza, si è verificata l’incertezza della pedagogia interculturale, che da soluzione si è in parte trasformata in problema sociale, come hanno dimostrato gli attentati in Europa del 2015 e 2016.

In tale quadro, la skyll stategy dell’OCSE sembra non cogliere il problema, poiché propone in gran parte soluzioni tecniche e di dettaglio a problemi politici e di visione. Questo evidenzia i limiti della costruzione europea dove si ipotizza un falso coinvolgimento dal basso: mentre per gli aspetti importanti non si può discutere, vengono avviate le consultazioni preventive sull’ora legale, continuando nella falsa interpretazione della realtà dove si scambiano le cause con gli effetti.

In definitiva, occorre trovare le idee e le parole giuste per ridurre lo scarto della percezione con la realtà, evidenziandola necessità dell’utilizzo di metodologie educative, come l’intelligence e il pensiero critico.

Si tratta di competenze legate all’intelligenza umana per comprendere il mondo, sapendo di essere in gran parte inferiori rispetto alle potenzialità dell’intelligenza artificiale che non si stanca, non dorme, non va in vacanza. E poiché più si sviluppano le tecnologie e maggiormente c’è necessità del fattore umano, questo può rappresentare non la fine ma un nuovo inizio della pedagogia. Non è ovviamente facile, perché i tempi della formazione (necessariamente lunghi) e quelli della comunicazione (praticamente immediati) sono assai diversi nel tempo. Appunto per questo la metafora è quella della cruna dell’ago, che viene attraversata solo se si ha fede nell’Uomo.  

Occorre essere, infatti, profondamente consapevoli che l’educazione è lo strumento decisivo per rendere consapevoli le persone e per attenuare le diseguaglianze, in modo da utilizzare consapevolmente le tecnologie ed evitare l’effetto sciame che ci rende protagonisti effimeri di false rivoluzioni sociali (Bauman, 2012, p. 88; Han, 2015). Solo in questo modo non faremo parte di popoli superflui in mano a ristrette élite che controllano la finanza e l’intelligenza artificiale: siamo sempre di più al bivio tra l’educazione e il disastro (Postnam, 2002, p. 190).

 


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