Ottobre 24, 2021

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Scuola e università

Occorre chiarezza sulle loro reali condizioni

I dubbi e le perplessità, determinati dalla diffusione dei risultati della prova nazionale che ha riguardato l’esame di Stato della scuola secondaria di primo grado, non possono che essere ritenuti fondatamente legittimi.
Come non interrogarsi se, di fronte ad un’”operazione di pulitura”, ad un semplice “make up” statistico, i dati della prova risultino profondamente modificati, fino a determinare una situazione assai diversa dai risultati della stessa prova? Una situazione che è l’esatto opposto di quanto emerso appena un anno addietro, quando per la prima volta fu introdotta la prova nazionale. Anche allora furono stilate graduatorie, anche allora erano le aree del Sud che registravano i migliori risultati, ma allora nessuno associò quei risultati con le aree a maggiore concentrazione criminale!
È necessario, a questo punto, che si faccia chiarezza!
È grave e inaccettabile l’ostracismo verso le regioni del Sud, che in questi giorni si sta riversando su quel settore che più di altri ha favorito la mobilità sociale e il progresso dell’intero Paese, qual è quello della scuola e delle università del Mezzogiorno. Un ostracismo che è esploso con tutta la sua tracotanza prima sui dirigenti scolastici del Sud, coinvolgendo addirittura una istituzione della Repubblica, che ha adottato una delibera tanto pretestuosa quanto illegittima, poi sui docenti del Sud, con l’assurda pretesa della conoscenza parlata e scritta dei “dialetti padani”, oggi sugli studenti del Sud, accusati di aver copiato i test della prova nazionale.
Un ostracismo che non ha risparmiato neanche le Università del Mezzogiorno, relegandole in coda in una valutazione tanto discutibile quanto preconfezionata nei metodi e nei risultati.
Tutto questo è inaccettabile! Non si può, con tanta leggerezza, gettare la scuola e le Università del Sud nell’agone della demagogia politica.
L’istruzione e la formazione sono settori troppo importanti perché si possa accettare una qualsiasi strumentalizzazione e una mancanza tanto evidente di chiarezza sulla loro reale condizione e, ancor di più, un’assenza di idee precise su come migliorarli senza prima distruggerli.
Ciò detto, occorre anche fare chiarezza sui risultati contraddittori che emergono dalle varie indagini internazionali e nazionali che riguardano gli esiti degli apprendimenti dei nostri studenti.
Da un lato, infatti, le indagini internazionali e tra queste quelle condotte dall’OCSE (indagine PISA- Programme for International Student Assessment) ci rappresentano una situazione allarmante, dato che i nostri quindicenni evidenziano competenze inferiori non solo ai loro coetanei dei paesi più avanzati, ma anche rispetto a quelli di paesi emergenti, come l’India e la Cina.
Un risultato assai differente ci viene poi rappresentato da un’altra indagine internazionale condotta dall’IEA, l’Associazione internazionale per la valutazione del rendimento scolastico (indagine TIMSS - Trends in International Mathematics and Science Study), che mette in risalto le ottime prestazioni dei nostri ragazzi della fascia di età 7-10 anni, per i loro risultati ben al di sopra della media mondiale. Risultati che confermano la validità del modello pedagogico di questo settore che, pur tuttavia, non ha impedito la sua sostanziale modificazione.
I test nazionali ed internazionali, ovviamente, colgono contenuti e capacità 'standard' che i giovani dovrebbero conoscere e possedere ad una determinata età, né qui si vuole mettere in discussione la serietà e la competenza dei componenti delle commissioni che formulano i test. Ma se si parte dall’idea che i test siano validi, il problema vero è come vengono interpretati i dati statistici disponibili, una volta che questi sono stati ripuliti da ovvi errori, che possono verificarsi al SUD come al NORD, nella loro raccolta e produzione?
Appare chiaro che, dopo anni di informazioni contrastanti e contraddittorie, sia giunto il momento di cercare di interpretare con opportune chiavi di lettura le informazioni che ci vengono fornite. Ciò renderebbe evidente la pochezza di certe posizioni e permetterebbe di guardare al nostro sistema educativo nella sua interezza, al di là di limitate visioni provinciali che certo non lo aiutano a migliorare. Si comprenderebbe così perché, anche per ovvie questioni di differenziali di ordine economico e culturale del contesto sociale, in alcune aree del Paese, a parità di impegno degli insegnanti, i livelli di competenze degli studenti possano risultare meno elevati. Ma, ancor di più, permetterebbe di vedere come oggi il vero problema non è tanto che gli studenti di alcune regioni italiane sopravanzino quelli di altre. Se i giovani friulani (che il PISA colloca tra i migliori studenti in Italia) meritano gli allori perché conseguono risultanti migliori di quelli della provincia di Palermo o di Napoli, o, piuttosto, di preoccuparsi seriamente della distanza abissale che li separa dai loro colleghi di Bombay?
Pertanto, pur comprendendo che in Italia la situazione degli apprendimenti è geograficamente diversificata, non si può più nascondere che è l’intera scuola italiana che necessita un’attenta considerazione, per capire almeno in quale grado si verifichi il calo sistematico di competenze e perché. È solo partendo da una vera analisi dello stato del nostro sistema educativo e formativo che si possono individuare le strategie per miglioralo, dove e come intervenire.

Francesco Greco

No alla esternalizzazione dei servizi nelle scuole, no ai progettifici

Comunicato stampa

Il miglioramento della scuola passa anche attraverso il recupero dell’efficienza di quei servizi essenziali ad assicurarne il funzionamento. La esternalizzazione delle pulizie non ha fatto altro che duplicare un servizio già affidato a personale interno, con evidente sottrazione di risorse ad altre attività essenziali per le scuole. Per questo, bene ha fatto il ministro a sollevare il problema. Altrettanto farebbe se intervenisse per sgravare le scuole di tutte quelle attività che non rientrano nella sua missione. Le scuole non sono progettifici, l’autonomia non può significare fare altro tranne che scuola. Occorre che ogni attività che si svolge nelle scuole sia riconducibile alla sua missione, per i suoi effetti sulla didattica e sugli apprendimenti. Altrimenti è altro e, dunque, deve rimanere fuori dalla scuola!

Riordino secondo ciclo, audizione AND

Audizione VII Commissione Cultura del Senato

Scuola, si all’insegnamento di storia delle religioni

Comunicato stampa

Quanto più è protetto in Italia l’insegnamento della «religione cattolica», tanto più gli italiani rimangono ignoranti in tema religioso, un argomento certamente essenziale per qualunque essere umano. Dovrebbe allora essere inserito negli attuali ordinamenti didattici l’insegnamento di Storia delle religioni, impartito da un docente reclutato con gli stessi strumenti giuridici che valgono per ogni altra disciplina e, naturalmente, sottoposto solo all’autorità delle istituzioni della Repubblica. Sarebbe, questo, un modo per fermare quel processo di progressivo controllo della Chiesa cattolica sulla vita della nostra Nazione che ha impedito di attuare uno dei principi fondamentali della vita pubblica: «libera Chiesa in libero Stato». Per queste ragioni, chiediamo al Governo e al Parlamento che tale proposta venga seriamente considerata e, al di là delle strumentalizzazioni che non giovano né alla scuola né alla Chiesa, che sulla questione si apra un serio dibattito che abbia al centro la formazione di una coscienza consapevole di quei principi essenziali di cui le religioni sono portatrici.

A scuola senza geografia

Fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il loro ambiente e sappiano modificarlo in modo creativo e sostenibile, guardando al futuro.

Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali in via di definizione la geografia scompare del tutto o è fortemente penalizzata.

I sottoscrittori di questo documento ritengono che privarsi degli strumenti di conoscenza propri della geografia, in una società sempre più globalizzata e quindi complessa, significa privare gli studenti di saperi assolutamente irrinunciabili per affrontare le sfide del mondo contemporaneo.

 È possibile sottoscrivere l’appello on-line collegandosi al sitowww.aiig.it

 

No a norme che limitano la libertà sul WEB e nelle piazze

Comunicato Stampa

È davvero singolare pensare, nell’era della comunicazione globale, ad interventi normativi volti a coartare la libertà di espressione sul WEB e quella di manifestare liberamente nelle piazze. Altri Paesi, come la Cina e l’Iran, l’hanno fatto. Da noi proporli non può che suscitare indignazione ed offesa alla coscienza democratica. L’Italia ha leggi che perseguono efficacemente eventuali abusi, com’è confermato dalle molteplici sentenze di condanna. C’è da chiedersi allora a quale idea di libertà si riferiscono quei satrapi della politica che li propongono perché sarebbe assai curioso che possano immaginare la libertà degli altri ben chiusa in una gabbia e la propria indefinita e, ancor più curioso, che possano pensare di intervenire su quella parte intangibile della nostra Costituzione, non modificabile da alcuna maggioranza parlamentare, con la falsa pretesa di adeguarla alla Costituzione materiale.Le idee degli altri possono anche non essere condivise, ma certo nessuno, in un Paese democratico, può imporre le proprie!

Riforma università

Documento unitario delle associazioni della docenza universitaria

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