Maggio 15, 2021

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La vera condizione dei docenti in Italia

2/12/2009

La Rai con Presadiretta richiama l’attenzione degli italiani sulla condizione dei docenti

Il programma Presadiretta di Raitre, condotto da Riccardo Iacona, trasmesso nella serata di domenica scorsa, porta all'attenzione del grande pubblico la situazione reale che interessa gran parte della scuola italiana e accende, per la prima volta, i riflettori dei grandi media nazionali su aspetti ai più sconosciuti, che riguardano non solo le strutture e l'organizzazione della scuola, ma anche la drammatica condizione di molti docenti.

Nel servizio curato da Domenico Iannaccone viene messo in rilievo, tra l’altro, il girone dantesco dei dannati della supplenza che pur di poter lavorare, dopo aver completato un percorso di studio universitario, continuano ad accumulare titoli post laurea, con il solo scopo di accrescere punteggi che possano far salire di qualche posizione o quanto meno mantenere inalterata la propria situazione nelle famigerate 'graduatorie ad esaurimento' o, per lo stesso scopo, ad accettare supplenze sottoponendosi a sacrifici enormi come uscire di casa prima dell'alba e farvi rientro al calar della notte o, ancora, a ricercare supplenze gratuite presso i diplomifici privati.

A Iacona va senza dubbio riconosciuto in primis il merito di aver sfatato un luogo comune, divenuto demagogicamente cavallo di battaglia di un ministro che consapevolmente sa di mentire quando chiama fannulloni i docenti italiani perché lavorerebbero solo 18 ore alla settimana e che per questo il loro stipendio, poco più di mille euro al mese, è anche elevato.

In verità, gli aspetti considerati nella trasmissione, per quanto drammatici non sono i soli a rendere evidente quanto triste è la condizione in cui versa in Italia questa categoria professionale, ininterrottamente oggetto di vituperati attacchi dalla stampa quotidiana e da chi dovrebbe interpretarne i bisogni e rappresentarne le istanze ai più alti livelli istituzionali. A far parte del girone dei dannati, infatti, non sono solo i docenti precari, ma anche tutti gli altri, quelli cosiddetti di 'ruolo' che ogni anno, in conseguenza della modifica degli organici perdono posto e vengono trasferiti d'ufficio in sedi spesso lontane diverse decine di chilometri da quella precedente. Questo potrebbe apparire normale, forse anche fisiologico, in realtà l'anno dopo la questione potrebbe ripetersi e ancora ripetersi negli anni successivi, senza alcuna garanzia di stabilità, mentre i costi umani e finanziari sono tutti a carico dei docenti interessati. Una condizione di perenne precarietà gestita dall'amministrazione con la cosiddetta 'mobilità annuale' che ogni anno interessa qualche centinaia di migliaia di docenti, costretti ad affollare nei mesi di luglio e di agosto le stanze degli ex provveditorati, in attesa di conoscere la loro sede per il prossimo anno scolastico. Cosa dire poi dei docenti la cui cattedra comprende due o tre scuole poste in comuni diversi tra loro distanti anche oltre trenta chilometri. In molti casi, trattandosi di comuni non collegati con mezzi pubblici e negli orari corrispondenti alle ore di lezione, questi docenti sono costretti ad utilizzare il proprio mezzo di trasporto, con evidenti costi aggiuntivi che gravano sul già misero stipendio.

Si tratta di aspetti tutt’altro che marginali, se si considera che interessano la gran parte dei docenti italiani, che hanno ripercussioni non solo finanziarie, ma anche fisiche e psicologiche, purtroppo non adeguatamente considerati nei contratti di lavoro e nelle tante indagine condotte sulla sindrome da burnout, che tuttavia hanno una chiara evidenza stressogena su persone il cui lavoro per quanto essenziale è continuamente dileggiato, fin quasi all'ignominia.

Tanti altri sono gli aspetti che meriterebbero un'attenta considerazione e tante sono le responsabilità di questo stato di cose a cui non è estranea la complicità consociativa di un pansindacalismo che sugli interessi della categoria ha sempre giocato al ribasso, non curante degli effetti deleteri di certe riforme che, anzi, a volte in modo subdolo e cinico, ha sostenuto se non perfino promosso, per poi farisaicamente rinnegarle nelle assemblee sindacali.

In questo generale stato di crisi che interessa la società italiana, la scuola, come altrove hanno ben capito, deve essere posta tra le priorità strategiche del Paese, ad essa non può che guardarsi come ad un sistema che come tale è insuscettibile di interventi frazionati, un sistema che non avrebbe modo di esistere senza quella che è la sua attività primaria, l’insegnamento e chi a questa delicata funzione è preposto, i docenti. Proprio per questo, oggi, 'nascondersi lo stato d'insensatezza a cui siamo giunti sarebbe il colmo dell'insensatezza”; è tempo che le questioni serie vengano trattate in modo serio; è tempo che l’istruzione, anche in Italia, sia considerata come un investimento sociale e non come un costo da tagliare; è tempo per costruire una società nuova e un uomo nuovo, competente, ma orientato da valori forti che solo una scuola in cui si possa credere può dare.

Di questo, tutti dobbiamo acquisire consapevolezza se non vogliamo assistere inerti all’azione corrosiva di una generale perdita di orientamento e di fiducia che interessa ogni ambito dell’attività umana che, attraverso la scuola, potrebbe intaccare quella genuina speranza dei nostri studenti che con l’istruzione la vita di ciascuno possa migliorare e per questo è necessario studiare per progredire come persona e come società.

 

 

Più risorse alla scuola statale per migliorarla

Indagine OCSE-Talis 2009

Il Rapporto Ocse-Talis (Teaching and Learning International Survey), presentato lo scorso 17 giugno al Ministero dell’Istruzione, evidenzia la situazione allarmante della scuola italiana e conferma quanto già evidenziato in altri studi. Per la scuola italiana la questione principe non è solo quanto si spende, considerato che l’Italia spende per l’istruzione assai meno di altri paesi europei rispetto ai quali, secondo le statistiche dell’Eurostat si situa al 21^ posto tra i paesi Ue, con una spesa di appena il 4,4% del PIL, subito dopo la Bulgaria (4,5%) e poco prima della Grecia (4%), della Slovacchia (3,8%) e della Romania (3,5%), ma anche come si spende.

Ciò detto, va fugata ogni semplificazione e le comparazioni per essere significative devono tener conto delle specificità del nostro sistema educativo.

In Italia, secondo l’Ocse (Education at a Glance) ciò che incide nella spesa non sono certo le retribuzioni percepite dai docenti –tra le più basse dei paesi Ocse!-, ma, essenzialmente, per il rapporto docenti/studenti, il maggior impegno orario degli studenti e il minor rapporto studenti/classe. Tuttavia, se si considera che in Italia, a differenza di altri Paesi, sono presenti docenti per il sostegno (oltre 90.000) e che esiste in ogni scuola e in ogni classe un docente di religione cattolica (quasi 27.000), il cui organico, a carico dello Stato, è gestito per buona parte direttamente dalle gerarchie della Chiesa, si può ben vedere come, escludendo dal computo queste due figure, il rapporto docenti/studenti si avvicini molto alla media Ocse.

Per quanto riguarda il rapporto studenti/classe, bisogna considerare l’inadeguatezza dell’edilizia scolastica, le particolarità morfologiche del nostro territorio e delle sue strutture di collegamento, oltre che la presenza, giova ricordarlo, di 8.100 comuni, in cui si polverizza il nostro sistema di amministrazioni locali.

Per quanto concerne i risultati negli apprendimenti, anche qui occorre considerare che il dato non è uniforme sul territorio nazionale e che le indagini includono anche gli studenti delle scuole private, le cui performance sono ben al di sotto di quelli delle scuole statali, anzi sono proprio le scuole private che abbassano la media dei risultati nelle indagini condotte dall'Ocse.

L’investimento in istruzione è essenziale per lo sviluppo del nostro Paese. All'istruzione non si può guardare solo in termini ragionieristici, le risorse risparmiate devono rimanere nella scuola statale per migliorarla, se non si vuole coscientemente favorirne il suo declino.

No a norme che limitano la libertà sul WEB e nelle piazze

Comunicato Stampa

È davvero singolare pensare, nell’era della comunicazione globale, ad interventi normativi volti a coartare la libertà di espressione sul WEB e quella di manifestare liberamente nelle piazze. Altri Paesi, come la Cina e l’Iran, l’hanno fatto. Da noi proporli non può che suscitare indignazione ed offesa alla coscienza democratica. L’Italia ha leggi che perseguono efficacemente eventuali abusi, com’è confermato dalle molteplici sentenze di condanna. C’è da chiedersi allora a quale idea di libertà si riferiscono quei satrapi della politica che li propongono perché sarebbe assai curioso che possano immaginare la libertà degli altri ben chiusa in una gabbia e la propria indefinita e, ancor più curioso, che possano pensare di intervenire su quella parte intangibile della nostra Costituzione, non modificabile da alcuna maggioranza parlamentare, con la falsa pretesa di adeguarla alla Costituzione materiale.Le idee degli altri possono anche non essere condivise, ma certo nessuno, in un Paese democratico, può imporre le proprie!

Scuola e università

Occorre chiarezza sulle loro reali condizioni

I dubbi e le perplessità, determinati dalla diffusione dei risultati della prova nazionale che ha riguardato l’esame di Stato della scuola secondaria di primo grado, non possono che essere ritenuti fondatamente legittimi.
Come non interrogarsi se, di fronte ad un’”operazione di pulitura”, ad un semplice “make up” statistico, i dati della prova risultino profondamente modificati, fino a determinare una situazione assai diversa dai risultati della stessa prova? Una situazione che è l’esatto opposto di quanto emerso appena un anno addietro, quando per la prima volta fu introdotta la prova nazionale. Anche allora furono stilate graduatorie, anche allora erano le aree del Sud che registravano i migliori risultati, ma allora nessuno associò quei risultati con le aree a maggiore concentrazione criminale!
È necessario, a questo punto, che si faccia chiarezza!
È grave e inaccettabile l’ostracismo verso le regioni del Sud, che in questi giorni si sta riversando su quel settore che più di altri ha favorito la mobilità sociale e il progresso dell’intero Paese, qual è quello della scuola e delle università del Mezzogiorno. Un ostracismo che è esploso con tutta la sua tracotanza prima sui dirigenti scolastici del Sud, coinvolgendo addirittura una istituzione della Repubblica, che ha adottato una delibera tanto pretestuosa quanto illegittima, poi sui docenti del Sud, con l’assurda pretesa della conoscenza parlata e scritta dei “dialetti padani”, oggi sugli studenti del Sud, accusati di aver copiato i test della prova nazionale.
Un ostracismo che non ha risparmiato neanche le Università del Mezzogiorno, relegandole in coda in una valutazione tanto discutibile quanto preconfezionata nei metodi e nei risultati.
Tutto questo è inaccettabile! Non si può, con tanta leggerezza, gettare la scuola e le Università del Sud nell’agone della demagogia politica.
L’istruzione e la formazione sono settori troppo importanti perché si possa accettare una qualsiasi strumentalizzazione e una mancanza tanto evidente di chiarezza sulla loro reale condizione e, ancor di più, un’assenza di idee precise su come migliorarli senza prima distruggerli.
Ciò detto, occorre anche fare chiarezza sui risultati contraddittori che emergono dalle varie indagini internazionali e nazionali che riguardano gli esiti degli apprendimenti dei nostri studenti.
Da un lato, infatti, le indagini internazionali e tra queste quelle condotte dall’OCSE (indagine PISA- Programme for International Student Assessment) ci rappresentano una situazione allarmante, dato che i nostri quindicenni evidenziano competenze inferiori non solo ai loro coetanei dei paesi più avanzati, ma anche rispetto a quelli di paesi emergenti, come l’India e la Cina.
Un risultato assai differente ci viene poi rappresentato da un’altra indagine internazionale condotta dall’IEA, l’Associazione internazionale per la valutazione del rendimento scolastico (indagine TIMSS - Trends in International Mathematics and Science Study), che mette in risalto le ottime prestazioni dei nostri ragazzi della fascia di età 7-10 anni, per i loro risultati ben al di sopra della media mondiale. Risultati che confermano la validità del modello pedagogico di questo settore che, pur tuttavia, non ha impedito la sua sostanziale modificazione.
I test nazionali ed internazionali, ovviamente, colgono contenuti e capacità 'standard' che i giovani dovrebbero conoscere e possedere ad una determinata età, né qui si vuole mettere in discussione la serietà e la competenza dei componenti delle commissioni che formulano i test. Ma se si parte dall’idea che i test siano validi, il problema vero è come vengono interpretati i dati statistici disponibili, una volta che questi sono stati ripuliti da ovvi errori, che possono verificarsi al SUD come al NORD, nella loro raccolta e produzione?
Appare chiaro che, dopo anni di informazioni contrastanti e contraddittorie, sia giunto il momento di cercare di interpretare con opportune chiavi di lettura le informazioni che ci vengono fornite. Ciò renderebbe evidente la pochezza di certe posizioni e permetterebbe di guardare al nostro sistema educativo nella sua interezza, al di là di limitate visioni provinciali che certo non lo aiutano a migliorare. Si comprenderebbe così perché, anche per ovvie questioni di differenziali di ordine economico e culturale del contesto sociale, in alcune aree del Paese, a parità di impegno degli insegnanti, i livelli di competenze degli studenti possano risultare meno elevati. Ma, ancor di più, permetterebbe di vedere come oggi il vero problema non è tanto che gli studenti di alcune regioni italiane sopravanzino quelli di altre. Se i giovani friulani (che il PISA colloca tra i migliori studenti in Italia) meritano gli allori perché conseguono risultanti migliori di quelli della provincia di Palermo o di Napoli, o, piuttosto, di preoccuparsi seriamente della distanza abissale che li separa dai loro colleghi di Bombay?
Pertanto, pur comprendendo che in Italia la situazione degli apprendimenti è geograficamente diversificata, non si può più nascondere che è l’intera scuola italiana che necessita un’attenta considerazione, per capire almeno in quale grado si verifichi il calo sistematico di competenze e perché. È solo partendo da una vera analisi dello stato del nostro sistema educativo e formativo che si possono individuare le strategie per miglioralo, dove e come intervenire.

Francesco Greco

Riordino secondo ciclo, audizione AND

Audizione VII Commissione Cultura del Senato

Preliminarmente intendiamo esprime il nostro positivo apprezzamento per una riorganizzazione dell’istruzione secondaria superiore volta alla sostanziale semplificazione della pletora di settori ed indirizzi che caratterizzano i percorsi di studio di questo segmento dell’istruzione. Ciò nondimeno, la lettura degli schemi di regolamento, sin dal loro incipit contenuto nell’art. 1 dei singoli provvedimenti, è tutta attraversata dalla preoccupazione di contenere ogni forma di spesa. Ciò francamente è inaccettabile! È inaccettabile che una riforma di così vasta portata destinata ad incidere assai profondamente nel nostro sistema di istruzione e formazione si possa fare “senza nuovi e maggiori oneri per la finanza pubblica”. Una riforma voluta a costo zero e che anzi opera pesanti tagli alle risorse non può che avere pesanti effetti sulla qualità del nostro sistema educativo.

No alla esternalizzazione dei servizi nelle scuole, no ai progettifici

Comunicato stampa

Il miglioramento della scuola passa anche attraverso il recupero dell’efficienza di quei servizi essenziali ad assicurarne il funzionamento. La esternalizzazione delle pulizie non ha fatto altro che duplicare un servizio già affidato a personale interno, con evidente sottrazione di risorse ad altre attività essenziali per le scuole. Per questo, bene ha fatto il ministro a sollevare il problema. Altrettanto farebbe se intervenisse per sgravare le scuole di tutte quelle attività che non rientrano nella sua missione. Le scuole non sono progettifici, l’autonomia non può significare fare altro tranne che scuola. Occorre che ogni attività che si svolge nelle scuole sia riconducibile alla sua missione, per i suoi effetti sulla didattica e sugli apprendimenti. Altrimenti è altro e, dunque, deve rimanere fuori dalla scuola!

A scuola senza geografia

Fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il loro ambiente e sappiano modificarlo in modo creativo e sostenibile, guardando al futuro.

Nei nuovi curricoli dei licei e degli istituti tecnici e professionali in via di definizione la geografia scompare del tutto o è fortemente penalizzata.

I sottoscrittori di questo documento ritengono che privarsi degli strumenti di conoscenza propri della geografia, in una società sempre più globalizzata e quindi complessa, significa privare gli studenti di saperi assolutamente irrinunciabili per affrontare le sfide del mondo contemporaneo.

 È possibile sottoscrivere l’appello on-line collegandosi al sitowww.aiig.it

 

Scuola, si all’insegnamento di storia delle religioni

Comunicato stampa

Quanto più è protetto in Italia l’insegnamento della «religione cattolica», tanto più gli italiani rimangono ignoranti in tema religioso, un argomento certamente essenziale per qualunque essere umano. Dovrebbe allora essere inserito negli attuali ordinamenti didattici l’insegnamento di Storia delle religioni, impartito da un docente reclutato con gli stessi strumenti giuridici che valgono per ogni altra disciplina e, naturalmente, sottoposto solo all’autorità delle istituzioni della Repubblica. Sarebbe, questo, un modo per fermare quel processo di progressivo controllo della Chiesa cattolica sulla vita della nostra Nazione che ha impedito di attuare uno dei principi fondamentali della vita pubblica: «libera Chiesa in libero Stato». Per queste ragioni, chiediamo al Governo e al Parlamento che tale proposta venga seriamente considerata e, al di là delle strumentalizzazioni che non giovano né alla scuola né alla Chiesa, che sulla questione si apra un serio dibattito che abbia al centro la formazione di una coscienza consapevole di quei principi essenziali di cui le religioni sono portatrici.

Riforma università

Documento unitario delle associazioni della docenza universitaria

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