Novembre 29, 2021

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La deriva neoliberale dell’università italiana

di Marta Spina

Forte denuncia di tre stendesse della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa durante la cerimonia di consegna del loro diploma.

 

In termini generali, ci riferiamo al processo di trasformazione dell’università in senso neoliberale.  Con questa espressione intendiamo un’università-azienda in cui l’indirizzo della ricerca scientifica  segue  la  logica  del  profitto,  in  cui  la  divisione  del  lavoro  scientifico  è  orientata  a  una  produzione  standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi. Un’università in cui lo sfruttamento della forza-lavoro si esprime attraverso la precarizzazione sistemica e crescente; in cui le disuguaglianze  sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando  i divari sociali e territoriali. Questa,  che  è  una  tendenza  internazionale,  si  declina  in  Italia  in  maniera  particolarmente  violenta, accompagnandosi al drastico ridimensionamento dell’università pubblica.

 

Retorica dell’eccellenza; competitività esasperata; precariato. Sono i punti focali dell'intervento delle tre studentesse neolaureate Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grossi, durante la cerimonia di consegna dei diplomi del 9 luglio scorso presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Espressioni con cui abbiamo da lungo tempo imparato a fare i conti, questioni intrinsecamente legate alla struttura della società contemporanea e al mondo del lavoro. Che il microcosmo dell’università fosse spesso poco incline alla tutela delle esigenze dei suoi studenti è un dato noto ai più. Ma che tre neolaureate siano riuscite a denunciare, apertamente e con coraggio, le criticità di un istituto di eccellenza quale la Normale, questo è certamente un fatto rilevante, per il mondo accademico e non solo.

“Riconosciamo che dobbiamo ai nostri anni alla Scuola gran parte di ciò che abbiamo raggiunto. Presupposto fondamentale di queste parole è una profonda gratitudine verso ogni componente della Scuola”.

Esordisce così Virginia Magnaghi, forse sperando che i suoi ringraziamenti possano attutire l’impatto dell’onda d’urto che é pronta ad abbattersi sui vertici dell’istituzione pisana. Ma il discorso della Magnaghi si fa subito più pungente:

“Proprio perché la Scuola ha significato così tanto per noi vorremmo cominciare a spiegare come mai ci è difficile vivere questo momento di celebrazione senza condividere con voi qualche preoccupazione”, e punta il dito contro la Normale che “ha contribuito a legittimare i cambiamenti che hanno investito l’università negli ultimi tredici anni”.

A questo punto spunta la parola chiave dell’intero intervento: la trasformazione dell’università in senso neoliberale. Quel processo cioè, dice la dottoressa, per cui l’università è intesa come “un’azienda in cui l’indirizzo della ricerca scientifica segue la logica del profitto e la divisione del lavoro scientifico è orientata a una produzione standardizzata, misurata in termini puramente quantitativi”. Ovvero un sistema in cui alla qualità dell’insegnamento si preferisce la spendibilità del risultato, che orienta la ricerca verso discipline funzionali alle esigenze del mercato, e si pone come obbiettivo ultimo la pubblicazione ad ogni costo, accantonando le esigenze psicofisiche degli studenti e il loro percorso formativo. Ricerca piegata ai dictat del sistema capitalistico, ma non solo. Il j’accuse della Magnaghi si rivolge verso l’altro grande demerito della Scuola, l’assillo della generazione 2.0, il problema trasversale all’intero comparto dell’istruzione: “la precarizzazione sistemica e crescente” che si nutre dello sfruttamento della forza lavoro e si sostanzia in un modus operandi “in cui le disuguaglianze sono inasprite da un sistema concorrenziale che premia i più forti e punisce i più deboli, aumentando i divari sociali e territoriali”.

Il quadro già fosco delineato fin qui si fa ancora più desolante se si dà una rapida scorsa ai numeri, laddove il massimo comune denominatore è sempre uno: tagli alla spesa. “L’Italia spende lo 0.3 % del Pil nell’istruzione terziaria, contro lo 0,7 % della media europea. Nell’ultimo decennio la spesa pubblica per la ricerca è stata tagliata di 1/5. Dal 2007 al 2018 le borse di dottorato bandite dalle università italiane sono diminuite del 43 %, del 56 % al Sud” ricorda Magnaghi. Quale il senso dunque di investire sulla propria formazione, quando “il 91 % degli assegnisti di ricerca si vedrà escluso dall’università italiana”? Perché impiegare anni ad incrementare il proprio bagaglio di conoscenze e competenze, se le prospettive di carriera si esauriscono con i tre anni dell’esperienza del dottorato, cui nella maggior parte dei casi non segue l’opportunità concreta di inserirsi nel mondo accademico?

Alle parole di Virginia fanno eco quelle delle compagne di corso, altrettanto dirette e ugualmente significative.

“La Scuola sfrutta la retorica del merito e del talento come alibi per generare una competizione malsana e deresponsabilizzare il corpo docenti; se l’obbiettivo è quello di abituarci acriticamente ad accettare questo sistema, crediamo che questo sia un obbiettivo perverso”

scandisce a chiare lettere Valeria Spacciante. E prosegue con una metafora carica di senso, che delinea le coordinate di una realtà cupa, sinistra:

 

“C’è un modo di dire molto popolare in queste aule, e cioè che alla Normale si viene buttati subito in acqua, e pur di non affogare si impara a nuotare in fretta. E tuttavia oggi a diplomarsi con noi non ci sono tutte le persone con cui abbiamo condiviso il nostro percorso; la loro assenza ci pesa, ed è una sconfitta per la Scuola. Anche tra i presenti, una buona parte ha imparato a nuotare solo a prezzo di anni di malessere. Vorremmo dirlo qui con chiarezza: non è “grazie a”, ma nonostante questo principio che siamo arrivati sin qua”.

 

Quando, sul finire del suo discorso, Spacciante si rivolge all’auditorio ristretto dei partecipanti evocando lo spettro di quella che definisce “la sindrome dell’impostore” – quell’atteggiamento cioè, per il quale si ritiene di non essere all’altezza del posto che si occupa – l’immagine della Normale quale luogo difficile per completare il proprio ciclo d’istruzione, e la convinzione di una responsabilità primaria della Scuola nella compromissione del benessere psicofisico dei suoi studenti, si è ampiamente insinuata nell’immaginario degli ascoltatori. L’imbarazzo dei vertici dell’amministrazione dell’Università e del corpo docenti si indovina con facilità.

L’intervento di Virginia Grossi si pone nel solco già tracciato dalle compagne. I punti nevralgici del discorso sono ora, tra gli altri, l’autoreferenzialità dell’Istituto rispetto alla galassia delle altre università, la tendenza a un approccio più performativo che formativo nel metodo della didattica, la disparità di genere. Le richieste della Grossi riguardano l’opportunità di una più ampia cooperazione tra gli studenti durante i seminari, il loro coinvolgimento nella scelta degli argomenti dei singoli corsi, la prospettiva di incrementare le interazioni tra la Normale e l’Ateneo statale di Pisa, poiché “il ricorso a relatrici e relatori di altre istituzioni per il colloquio di passaggio d’anno e per l’esame di licenza è fonte di arricchimento e condizione irrinunciabile della libertà di ricerca". L’idea comunicata esplicitamente dalla dottoressa è quella di aprire le porte della Scuola a studiose e studiosi di altri atenei italiani ed esteri, per “permettere ogni anno corsi sempre nuovi e una salutare variazione dell’offerta didattica”. La denuncia del divario tra uomini e donne nell’accesso alla carriera universitaria, “enorme problema sistemico”, occupa i momenti finali della riflessione di Virginia. Ancora, lo sguardo rivolto alle statistiche può aiutare a fare il punto della situazione: “Stando agli ultimi dati, borse di dottorato e assegni di ricerca sono più o meno equamente distribuiti tra uomini e donne. Così non è per le cattedre di seconda fascia, ricoperte da donne nel 39 % dei casi, e di prima fascia, nel 25 % dei casi. I ritmi della ricerca odierna - quelli per i quali il precariato si vince solo dopo i quarant’anni d’età, avendo dedicato i precedenti venti a nient’altro che alle pubblicazioni - sono incompatibili con la volontà, per esempio, di avere una famiglia e sono incompatibili con il fatto che il lavoro di cura nel nostro Paese ricade quasi interamente sulle donne”.

Sul canale Youtube su cui viene postato, il video delle ragazze smuove la reazione partecipata di decine di utenti. “Ecco perché cercano di fermare i giovani, hanno paura di voi, perché voi siete grandi”, “Discorso da mandare a reti unificate”; “Incredibile la passione, e poi dicono che i giovani non valgono nulla, a me non sembra proprio” recitano solo alcuni dei molti commenti entusiasti che si leggono online, segno che la discussione sullo status dell’università italiana e sulle condizioni in cui si svolge la ricerca accademica è tra le più scottanti e attuali del nostro Paese. L’Italia è tra gli Stati europei con il più alto tasso di laureati in fuga all’estero: ben 182mila negli ultimi dieci anni, di cui 29mila solo nel 2020. Un’emergenza di cui si parla molto, ma contro la quale non si registra un impegno sostanziale per una decisa inversione di rotta da parte della politica italiana.

 

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