Ottobre 24, 2021

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Primo giorno in ruolo, un nuovo inizio

di Domenico Mungo*

«Questo limite superiore della terra sotto i piedi si vede,
confinante con l’aria;
invece quello inferiore si estende all’infinito»

K. Popper


Dicono che ci sono eventi nella vita di ciascuno di noi che segnano in maniera indelebile il nostro percorso terreno. Dicono che l’ascesa all’Apeiron, come definiva Anassimandro da Mileto l’infinito armonico origine dell’Universo, passi attraverso una serie infinita di ordalie e cimenti pari solo a quelli degli archetipici Titani.

Ci fu, all’origine del caos nella scuola pubblica, una causa. E la conosciamo bene. La cristallizzazione paradigmatica del precariato come modus operandi della scuola italiana. 

Così come Anassimandro riteneva che in origine tutte le cose fossero armoniosamente unite nell’ápeiron, ma per una colpa originaria, non meglio specificata, e proprio mediante il movimento rotatorio dell’ápeiron stesso, le cose presero a separarsi a coppie di contrari, dando origine al cosmo: così dall’ápeiron uscirono luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte.

Questa colpa è probabilmente dovuta alla costituzione stessa e quindi alla nascita degli esseri, ovvero l’essersi distaccati dall’ápeiron assumendo un’esistenza individuale, dato che nessuno di essi può evitarla e sottrarsi alla pena.

È rompere l’armonia originaria dell’àpeiron la colpa del mondo e degli uomini. Infatti con la rottura dell’unità abbiamo la divisione del mondo in contrari. Gli uomini, invece, scontano la colpa originaria vivendo (la vita è intesa come punizione), finché i contrari potranno di nuovo fondersi e tornare indistinti nell’ápeiron.

E non vi pare forse questa la metafora più calzante a ciò che il precariato ha determinato nello scorrere delle nostre esistenze di docenti?

L’equilibrio dell’universo utopico in cui eravamo cresciuti formandoci nei licei, negli istituti superiori, nella austere aule universitarie che ci avrebbe proiettato nel secondo cielo divino dell’insegnamento, viene corrotto dai meccanismi cinicamente biechi della cattedra di fatto, del tappabuchi risolutivo e trasparente: docente a scadenza di contratto come lo yogurt più dozzinale, messo a sistema dalle esigenze di organico mai colmate da decenni di cervellotiche riforme del sistema di arruolamento.

E per di più senza peccato originale, senza colpa alcuna, senza nemmeno aver smozzicato una mela offerta da un rettile machiavellico.

Nulla. Solo la colpa dei Giusti, dei rassegnati alla soverchiante prepotenza della ragion di Stato applicata alla carriera professionale.

Anni di supplenze brevi, anzi brevissime, talvolta impalpabili. La corsa spasmodica alla cattedra, allo spezzone, al punteggio in graduatoria.

La famigerata Terza Fascia, un Mar dei Sargassi salgariano in cui restare a galla era più ardita impresa che sopravvivere ai marosi che sciabordavano catapultandosi sui lievi prahos tratteggiati dalla fervida immaginazione del caro Emilio Salgari da Verona.

Anni di spasmi, di incertezze, di frustrazioni. Migliaia di volti di allievi, di colleghi, di dirigenti, di famiglie che scorrono come un filmato impazzito, riavvolto e risucchiato dalla stasi del ripartire ogni anno da capo.

La saltuaria fortuna di essere riconfermato nello stesso istituto per due anni consecutivi.

La lentissima risalita in graduatoria fino a quella sudata posizione che garantiva la cattedra vacante di diritto però ad almeno quaranta chilometri da casa.

Il cinismo autoritario delle segreterie con i loro diktat irrispettosi e paternalistici.

Automobili rodate grazie all’assegnazione di una cattedra completa di lettere.

La nebbia, la neve, il ghiaccio, la pioggia.

Uscire al mattino con la rugiada sul parabrezza e tornare la sera con la luna riflessa sul parabrezza.

Ed infine ecco il Concorsone. Dopo lotte estenuanti per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori della scuola annichilite nel silenzio mediatico, nella abiura sociale, nella stigmata dolorosa di essere quella forza silente, presente-assente dai tavoli delle trattative sindacati-ministero, derubricata a personale di sussidio pari di oneri e immeritevole degli onori della professione stabilizzata.

Ecco il Concorsone dicevamo. In piena pandemia. In un tetro, plumbeo teatro di anime brancolanti in città deserte.

Nel claudicante incedere di fughe di notizie, sibilline circolari ministeriali, di gazzette ufficiali lette con l’avidità che solitamente si dedica alla Gazzetta dello Sport il lunedì mattina.

Vennero i giorni del Concorsone. Moltitudini di ricurvi docenti, a spese proprie, estorcendo un giorno di ferie dal proprio carnet individuale, si recarono da ogni latitudine a sostenere la prova concorsuale: un poker di domande inerenti il programma della rispettiva classe di concorso, più un quesito in inglese per stabilire la propria idoneità ad una carriera onorevolmente condotta per oltre un decennio. Una prova definitiva. Irreversibile. Fatale. Dentro o fuori.  Una carriera legata alle bizze di un computer, a quesiti generalisti e confusi, necessitanti di una interpretazione personale prima ancora che pratica. Un terno al lotto pericoloso, irriconoscente, bizzarro. Drammatico.

Eppur si muove, disse il Galileo. Eppur si mosse l’algoritmo. La graduatoria sospirata. Il voto che delinea la salvezza dalla morte. I sommersi ed i salvati. Coloro che sono e coloro che pur essendo non possono più. L’ennesima invereconda ingiustizia. L’ennesima disparità di trattamento e di opportunità.

Ma è à la guerre comme à la guerre questa nostra esistenza di stenti e sacrifici. Fare di necessità virtù. Vincere il giogo, dimostrare di esserlo dei professionisti della sapienza a tutti gli effetti. Vincerla questa guerra, con ogni mezzo necessario per esserci. E la guerra la vincemmo. Non tutti. Anzi. Non tutti quelli che lo avrebbero meritato. Perchè si sa, la burocrazia è ottusa, cieca, orba. Filtra le vite attraverso il setaccio dei criteri e dei voti, non dei meriti reali. Ed io ci penso spesso a quei colleghi/e che non ce l’hanno fatta sebben preparati e competenti. Sebben empatici e abnegati. Ci penso eccome. Ma la vita continua, anche senza di noi, cantava quel tale finito sul giornale.

E la vita eccola qui.

Dopo circa tre lustri di supplenze, dalla borgata alla provincia, dal centro alla periferia, l’immissione in ruolo in una scuola media, da vincitore di concorso.

Roba quasi da non credere, soprattutto se hai ben passato i quarant’anni. Anzi ne hai quasi cinquanta.

La scuola è sempre quella dell’ultimo anno. Le scale. La collaboratrice scolastica che ti accoglie sorridente impugnando un ipad per verificarti il Greenpass e ti fa gli auguri come se le avessi detto che ti sposi. Ed invece sei lì per firmare la presa di servizio ed il contratto a tempo indeterminato.

In-de-ter-mi-na-to!

Oh quale soave suono! Giammai nessun endecasillabo dantesco, nessun ditirambo giambico regolare, nessuna rima ermetica e seppiata fu mai più dolce all’udito dell’umano docente precario!

Firmato il contratto, le prime due settimane trascorrono tra corsi di auto-aggiornamento e collegi dei docenti, dipartimenti e programmazioni, linee guida e circolari: occasioni utili a conoscere i nuovi colleghi, che ti osservano con sorpresa e curiosità. Strana sensazione quella di cominciare dal primo giorno, anzi da ancor prima, invece di subentrare in corsa al posto di qualcuno di loro.

Ecco perché, durante queste due settimane, l’attesa del nuovo primo giorno di scuola si fa sempre più spasmodica.

Nottate quasi insonni. Fino a domani.

Domani è la prima volta che entro dal primo giorno. Che mi rivolgo alla mia classe continuando quello che avevo finito di dire a giugno.

Che li riconosco uno ad uno. Li passo in rassegna valutando se l’estate li/le ha innalzati verso il cielo, se gli ha scurito o resa più squillante la voce. Se sono aumentati i brufoli e gli ormoni. Se le vecchie abitudini si sono liquefatte o altresì radicalizzate. Ma di una cosa sono sicuro: sono i miei ragazzi, la mia classe. La mia vita. 

Alla fine arriva. Questa mattina diversa. Inusuale. Agognata.

Ed è come tutte le altre mattine di scuola. In apparenza.

Un dono. Un privilegio. Un sogno.

Ed è come tutte le altre mattine di scuola. In apparenza.

Al mattino la consueta ressa di fronte al portone d’ingresso, i genitori raccomandano ai figli cose ripetute già mille volte; ma i figli, per educazione, rispondono come fosse la prima.

Ed è come tutte le altre mattine di scuola. In apparenza.

Invece. Invece.

È per noi, precari da una vita, un cerchio che si chiude.

Un percorso che giunge al suo compimento.

Un riscatto sociale, umano, culturale. Etico.

Una lacrima che annoda la gola. Che si diluisce nel sangue coagulato. Nelle viscere e nei muscoli che si tendono e si rilassano finalmente nell’infinito dell’insegnamento, di quell’attimo che diventa la tua vita, la nostra vita, la loro vita. 

L’Apeiron che si fa, da mera speculazione filosofica, essenza concreta di esistenza.

L’inizio di qualcosa che non era mai finito. L’inizio di qualcosa che sarà per sempre nostro.

Il caos che si ricompone. Faticosamente. Come magma che si solidifica per resistere nel tempo.

Primo giorno di ruolo.

La dignità riconquistata.

 

 


*Domenico Mungo (Torino, 1971).

Docente di Lettere, Storia e Geografia presso il MIUR dal 2007, è scrittore, saggista, giornalista, poeta ed editore. Già Ricercatore di Storia e Letteratura Contemporanea e Antropologia sociale. Ha tenuto seminari e collaborato con l’Università di Torino, la Technishe Universitat di Dresda e con L’Universitè Sorbonne di Parigi. Ha collaborato con Sky Arte (Rotte Indipendenti- Torino. 2016), Sky/Current Vanguard, Rai 2 e Rai 3, ZDF TV (Ger) ARTE TV (Fr/Ge).

Si è occupato di musica, letteratura e cinema contemporaneo per il mensile Rumore dal 2002 al 2016. Attualmente collabora come corrispondente dall’Italia con il mensile di cultura e critica sportiva austriaco Ballesterer Fußballmagazin di Vienna.È direttore editoriale del magazine Cannabis&Salute Periodico di divulgazione Scientifica e Culturale. Organizza, conduce e dirige eventi culturali, performance e rassegne musicali e divulgative.

Dirige, in collaborazione con Nino Azzarà (chitarre e arrangiamenti), Il Progetto Musicale Letterario post-punk BLACK MUNGO, un open project con il quale mette in scena reading musicali adattati dai suoi ed altrui testi letterari e poetici.  Tra le sue opere: Sensomutanti (Tirrenia Stampatori, Torino 2003/Boogaloo Publishing, Rovereto 2008), Avevamo Ragione Noi – Storie di ragazzi a Genova 2001. (Eris Edizioni, Torino 2016). Il Suono di Torino. Racconti Urbani con Colonna Sonora Punk. (MiraggiEdizioni, Torino 2018). Come spiriti adolescenti. 25 scrittori per Kurt Cobain. 25 scrittori per 25 racconti ispirati a 25 canzoni dei Nirvana. A cura di P. Ferrante. AAVV. (Radici Future, Torino 2019). With Love. Epifanie di Kurt Cobain e di me nella Torino Musicale e Sociale degli anni Novanta. Romanzo Punk (MiraggiEdizioni, Torino 2020).

Parole a forma di giglio. Raccolta Lirica sul Calcio Antico. Odi, Racconti Brevi ed Altri Sonetti. Prefazione di Darwin Pastorin. @Ultras. Parole e suoni dalle curve. Raccolta di saggi e racconti ultras. AAVV. A cura di D. Mungo e G. Ranieri.  (Il Galeone Edizioni. Roma, 2017).

Noi Odiamo Tutti. Storia del movimento ultras italiano attraverso gli striscioni politicamente scorretti – con Vincenzo Abbatantuono e Gabriele Viganò (Città del Sole, Napoli, 2010). Stadio Italia – AAVV. I conflitti del calcio moderno (Casa Usher, Firenze, 2010). Noi Siamo Il Toro – Memoria, identità e immaginazione del tifoso granata. AAVV.

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