Gli alunni, questi sconosciuti. La disponibilità affettiva

di Paolo Luciani

Il recente episodio della studentessa, a cui pare sia stato chiesto  dalla sua insegnante di avvolgersi una benda intorno agli occhi così da non poter sbirciare gli appunti, il libro, o adocchiare suggerimenti altri nell’ambiente circostante, ha scatenato il solito fiume di polemiche con dibattiti e discussioni sui social e… “da social”.

Personalmente più che dalla vicenda sono stato colpito dalle opinioni espresse sulla stampa da altri docenti, da sociologi, da psicologi, o da semplici giornalisti. Diciamo subito che non ci è dato sapere il contesto in cui questo episodio si è verificato, così come nessuno degli attori si è espresso per raccontarcelo. Sostanzialmente non sappiamo niente, a parte la foto incriminata.

Insegno pianoforte ed è capitato con gli alunni che, per gioco, per competizione o per sfida ci siamo cimentati a  suonare con gli occhi bendati. In questo caso è evidente che si tratta di un esercizio di cinestesia (o propriocezione), ossia la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, senza il supporto della vista. Sono sicuro però,  che se qualcuno avesse scattato una foto con il telefonino per poi pubblicarla, sarei stato imputato, magari, del reato di “tortura”. In un’altra occasione, invece, è successo l’opposto, per dimostrare la particolarità esecutiva (al pianoforte) di ciascun discente ho dovuto riconoscere ad occhi bendati ciascun allievo da come suonava lo strumento. Una foto con il “prof” bendato tra gli studenti forse avrebbe fatto ancora maggiore scalpore.

Per questo motivo partiamo dal fatto che noi non sappiamo assolutamente niente di quello che è realmente accaduto, per quanto siano stati scritti centinaia di articoli, e quindi non esprimerò alcun giudizio sull’episodio in sé.

Sono invece tutti i commenti e le opinioni che ho letto sulla vicenda che hanno catturato la mia attenzione.

Dopo una lunga lettura, quindi, sono giunto alla conclusione che sicuramente non era per niente necessario ricorrere all’episodio sopraccitato per  fare una profonda riflessione su alcune “forme antiche” della scuola che andrebbero certamente rivisitate.

Oggi, più di ieri, soprattutto i pre-adolescenti e gli adolescenti soffrono il dramma di una società in crisi di affettività e su questa crisi è necessario fermarci e meditare seriamente. Oggi siamo a conoscenza che è proprio l’affettività che condiziona l’apprendimento e i processi cognitivi.  

Il ruolo della famiglia è molto cambiato in questi decenni e questo ha inciso sulla società. La società è andata in crisi e ha inciso a suo volta sul ruolo sociale della famiglia, generando così un circolo vizioso difficile da arrestare. I più giovani, gli adolescenti, si trovano espropriati dai benefici di due cardini fondamentali, anzi indispensabili, per il loro sviluppo psico-emotivo: la famiglia e la società.

La scuola si è dunque trovata investita anche della responsabilità di colmare questo vuoto formativo, pur non essendo deputata a farlo da una specifica norma, ma di fatto, in coscienza, obbligata da una necessità morale.

La scuola non prevede esplicitamente una educazione all’affettività o alla gestione delle emozioni e questo nonostante che la componente emotiva sia fondamentale nello sviluppo del comportamento e dell’identità umana.

Solitamente l’emotività dello studente, che si manifesta anche tramite l’esuberanza, l’aggressività, o il suo contrario, la pigrizia, l’indolenza, l’abulia,  è gestita soprattutto con un sistema di sanzioni: la punizione, che può essere la nota sul registro, la comunicazione ai genitori, addirittura l’insufficienza nella disciplina, e infine il voto basso in condotta.

Ma ci siamo chiesti perché diamo per scontato che lo studente abbia l’obbligo di gradire e adempiere delle regole prestabilite? Noi adulti (famiglia, società, scuola) gliele abbiamo spiegate, esposte, consigliate, suggerite, imbeccate, indottrinate, in che modo gliele abbiamo trasmesse?

Ma… mi scusi: …in che senso? Direbbe Giorgio Gaber in un suo monologo.

Prendendo a prestito la disciplina, in modo da  fare un esempio, se mi aspetto dai miei alunni che siano ben preparati sulla caduta dell’Impero Romano,  probabilmente perchè nei giorni precedenti ho spiegato l’argomento e ho assegnato tot pagine sul libro di storia da studiare a casa.

Non fa una piega, si usa fare così.

Ma potrei usare lo stesso metodo per insegnare ai miei studenti la gestione delle emozioni e dell’affettività? Spiegare l’argomento dell’empatia, assegnare una lettura e magari interrogarli per la verifica.

Riprendendo l’esempio di prima, gli studenti saranno ben preparati sulla caduta dell’Impero Romano sicuramente se quando questo argomento è stato affrontato,  è stato anche ampiamente illustrato con entusiasmo, con partecipazione emotiva per il racconto storico, ma anche con la partecipazione attiva della classe, senza dimenticare una sana empatia. Se così è stato non ci sono dubbi che l’argomento avrà catturato l’attenzione dei ragazzi, e saranno tutti preparati per la futura verifica.

Forse vi sembrerà strano, ma questa lezione sull’Impero Romano è stata prima di tutto, se condotta in questo modo, una lezione di gestione dell’emozioni, di empatia e di affettività.

Magari qualcuno potrebbe rispondermi, cosa c’entra l’affettività con una spiegazione di Storia? Il mio entusiasmo per i Romani stimola l’affettività?

Certamente no, non basta l’amore per la disciplina. L’educazione all’affettività scaturisce semmai dall’amore per i “discepoli”.

Quando illustro una pagina di storia agli studenti, per quale motivo lo faccio?

Una risposta ovvia potrebbe essere: perché è scritto nella programmazione.

Mi auguro di cuore che non sia per nessuno questo il motivo.

Spesso sbagliamo con i nostri alunni. Non è un caso che ho scritto discepoli quando ho usato l’aggettivo amore (amore per i discepoli) e studenti quando ho richiamato l’adempimento della “programmazione”.

I termini che usiamo spesso ci chiariscono più di un discorso articolato.

L’ insegnante (dal latino Insignere, che lascia il segno) ha dunque il ruolo fondamentale di favorire la crescita emotiva del discente, per una corretta gestione delle emozioni attraverso l’empatia.

Perché questo sia realizzabile sono necessarie due condizioni preliminari: l’amore per la disciplina e il desiderio di trasmetterla che altro non è che  l’amore per il discente.

Perché, e quando, amiamo quello che facciamo, il nostro lavoro, la nostra disciplina, un libro, una scultura, una città? La risposta è molto semplice: amiamo quello che ci rende felici. E quando siamo felici per qualcosa cosa facciamo? Lo vogliamo raccontare agli altri, a volte a tutto il mondo a volte ad alcuni in particolare, di questa felicità vogliamo renderne partecipi soprattutto gli amici, quindi principalmente le persone di cui ci importa qualcosa.

Ecco che se non parliamo con entusiasmo ai nostri alunni, le cose sono due: o non amiamo quello che facciamo o non amiamo loro.

La foto di cui abbiamo parlato all’inizio, di questa ragazza bendata, così come ci è stata raccontata sui social e sulla stampa, ha trasmesso l’idea di una alunna preoccupata, se non impaurita, per l’interrogazione, e dall’altra parte quella di un insegnante che incute timore, se non paura.

Ribadisco, noi non sappiamo se le cose sono esattamente così come ci sono state raccontate, ma il dibattito che ne è scaturito ci obbliga a ragionare se è lecito per l’ insegnante assumere un atteggiamento che stimola l’emozione della paura, possibilità da tanti lettori inaspettatamente invocata nei commenti sui social.

Al contrario, ma solo in apparenza, di quello fin qui detto, ossia il ruolo dell’insegnante quale figura affettiva di riferimento.

Gli attacchi ai docenti sui social e sulla stampa per la vicenda a cui ci siamo ispirati, ma non è l’unico caso questo, ci fanno percepire un atteggiamento riguardo agli insegnanti, il più delle volte, addirittura ostile. Ho la sensazione che una fetta della società adulta riversando sui social rabbia e disappunto verso i docenti voglia inconsciamente riscattarsi di un atteggiamento autoritario  subìto dal docente tipico del passato, quando gli adulti di oggi eravamo giovani studenti, mentre un’altra parte, al contrario, manifesti una sorta di rimpianto per una scuola rigida ma, secondo loro, efficace.

Di una cosa sono consapevoli e d’accordo  tutti, la scuola odierna non è autoritaria, almeno non nel senso di quella che era mezzo secolo fa.

Ma attenzione, stiamo equivocando se pensiamo che l’insegnante autoritario era privo di affettività. Basta fare una chiacchierata tra noi cinquantenni e scoprire storie di maestri, insegnanti e professori che ricordiamo con grande affetto e da cui ci siamo sentiti “voluti bene.”

Probabilmente molti di noi devono il loro personale  successo a questi maestri e non certo per le nozioni impartite, ma per qualcos’altro che ha a che fare con la crescita emozionale.

Ovviamente non è stato così per tutti, ora come allora ci sono buoni e cattivi maestri, e alcuni studenti di allora sono stati frenati e magari spenti nel loro entusiasmo da maestri che non hanno saputo leggere nel loro animo, cioè senza empatia. L’empatia, però, non è una invenzione moderna, accompagna l’uomo sin dalle sue origini e era presente anche nella scuola del passato.

La scuola, cosi come l’educazione familiare, esprime l’aspetto culturale di ogni epoca.

Oggi come allora, nel processo di apprendimento, l’atteggiamento dell’insegnante  non  è solo importante: è determinante. Questo può  essere in armonia con il mondo interiore dell’allievo o entrare in conflitto con esso.

La “didattica della paura” appartiene a un mondo ormai passato, quando  la scuola era addirittura violenta, sulla cattedra c’era almeno una bacchetta di legno e molti insegnanti alzavano le mani sugli alunni.

Era il frutto di una cultura che li rendeva impreparati sul piano dell’alfabetizzazione emotiva e rendeva arduo manifestare l’ empatia. Ma il solo fatto che ci sono state figure come Maria Montessori, Alberto Manzi e tanti altri meno conosciuti, ma non di minore spessore affettivo, dimostra che l’empatia non era impossibile. Ed è proprio grazie a pionieri come Maria Montessori che l’educazione fino ad allora concepita soltanto come una “trasmissione di cultura”, si è ampliata quale “aiuto alla vita in tutte le sue espressioni”.

La buona relazione tra insegnante e alunno attiva processi di apprendimento positivi ed efficaci.

Chi insegna deve essere disponibile ad una disponibilità affettiva, capace di gestire anche i conflitti che normalmente scaturiscono da una relazione.

Erroneamente percepiamo questi conflitti come negativi, e ci viene facile quando stiliamo il famigerato rapporto della “situazione della classe” metterli in FASCIA C (Nella A ci stanno i bravi ed educati, nella B quelli che devono recuperare, nella C gli irrecuperabili).

I conflitti negativi sono, invece, un’occasione per ascoltare lo studente, comprendere il suo malessere anche non condividendolo, offrendo così una solida figura di riferimento oggi così necessaria.

La disponibilità affettiva crea una relazione sana: lo studente si identifica con l’insegnante-educatore e si attiva un circuito virtuoso.

Oggi sappiamo che  l’apprendimento scaturisce da un processo che è affettivo e cognitivo insieme: si impara di più e si sviluppano i propri interessi quando si realizza una “partecipazione affettiva”.

L’insegnante affettivo è un insegnante vincente, perché aiuta realmente l’alunno a raggiungere il suo potenziale. Questo è il docente capace di dialogare e di praticare l’ascolto attivo, condividendo i vissuti, le esperienze anche fuori dalla scuola. 

Oggi con la crisi della società questo tipo di insegnante è divenuto indispensabile.

Ma cosa frena un ampio processo di riforma oggi quanto mai necessario?

Probabilmente il freno è proprio la burocrazia della valutazione, riassunta  nell’immaginario collettivo nella famigerata interrogazione, momento temuto, a volte inatteso, per quei ragazzi e ragazze che, forse per timidezza, faticano a tirare fuori le parole.

Come se l’insegnante non sapesse già tutto di quel ragazzo, anzi, molte volte sa che vale di più di quanto dimostra, e ti capita di ascoltare quell’odiosa frase rivolta a un genitore: “peccato che all’interrogazione non ha risposto per quello che vale...”

Ma, benedetta pazienza, se sai quanto vale e soprattuto che vale di più, perché penalizzi la sua timidezza o la tua incapacità di metterlo a suo agio?

La giustificazione è sempre la stessa: “Ma la griglia di valutazione, i livelli di apprendimento, le competenze che, l’abilità di…, lo scritto andato male…, la burocrazia, insomma, ci   dice che il ragazzo deve essere valutato secondo dei criteri ben definiti.” È per lo stesso ridicolo motivo che sulle pagelle di fine anno si scrive lo stesso giudizio divisi per gruppi in base al voto finale, tutti omologati, i 10 poi i 9 ecc ecc. Ma  allora tanto vale assegnare il voto. Si parla di centralità dell’alunno, personalizzazione degli apprendimenti, ma sulla carta sono tutti omologati per fascia.

La burocrazia, e altre invenzioni come le prove INVALSI sottraggono alla libera didattica un tempo preziosissimo, che potrebbe essere sfruttato in dibattiti, confronti, riflessioni sulle criticità, proposte, tutti stratagemmi utili a sollecitare il senso di criticità.

Ma il vero problema, quello più grave, è che è proprio tutta questa confusa mole di burocrazia a rendere difficile per gli insegnanti un sereno approccio con la classe e una sana relazione affettiva. Si va sempre di corsa, la valutazione, l’interrogazione, l’incontro con i genitori, le prove INVALSI, il PON, il POR, l recupero, il potenziamento, mattina, pomeriggio, mattina, sera, pomeriggio… e il tempo dell’ascolto dov’è?

Oggi la scuola, per sopperire, ha introdotto la figura dello “Psicologo Scolastico”, uno sconosciuto saltuario, ma questa è un’altra storia.

La scuola andrebbe alleggerita di una parte del suo fardello, e tutto il resto verrebbe da sé. Gli insegnanti amano la disciplina che insegnano e amano anche i discepoli, ma gli viene sottratta una larga parte del tempo  che si potrebbe impiegare per relazionarsi in maniera sana con gli alunni.

L’insegnante potrebbe così impostare con lo studente una relazionalità autentica e ricca di tensioni affettive: solo la sua umanità (esperta) può determinare nel cuore e nella mente dell’allievo un’irripetibile creazione di emozioni da trasformarsi in significati, nozioni e conoscenze.